L’AQUILA – Al subbuglio che sta vivendo il centrodestra in queste ore a livello nazionale si contrappone il silenzio della classe politica locale.

In un momento di svolta epocale come l’attuale, con la fine del governo del premier, Silvio Berlusconi, e l’inizio del nuovo esecutivo guidato dal neosenatore a vita Mario Monti, gli esponenti abruzzesi del Popolo della libertà tacciono.

Dall’apertura della crisi di governo fino a oggi, con l’ufficializzazione delle dimissioni del Cavaliere, né il coordinatore regionale Filippo Piccone, né il vice coordinatore, Fabrizio Di Stefano, né tantomeno il presidente della Regione, Gianni Chiodi, si sono ancora espressi in alcun modo.

L’unica eccezione è rappresentata da Giuseppe Tagliente (Pdl), ex presidente del Consiglio regionale abruzzese e attuale consigliere all’Emiciclo, che in una lettera parla di “scelta indispensabile” in riferimento all’investitura di Monti.

Tagliente esorta quindi i vertici locali di partito a “spingere la propria classe politica nazionale a proporre solo candidati eccezionali: forse non è ben chiaro a tutti, ma il futuro governo rappresenta le Termopili della nostra democrazia e solo i migliori potevano esserci”.

LA LETTERA INTEGRALE DI TAGLIENTE

Gentilissimo direttore, vorrei approfittare del suo giornale per esprimere il mio modesto contributo al dibattito politico in corso sul nuovo governo, scusandomi in anticipo, con Lei e con i suoi lettori, per la lunghezza di questa lettera. In modo chiaro e forte: è di pieno appoggio, senza se e senza ma, a Monti come premier di una coalizione politica allargata a chiunque voglia farne parte, che per me è ben di più e molto meglio di un qualsiasi governo  tecnico.

Per far comprendere la mia posizione ai suoi lettori e ai miei colleghi di partito, devo partire da un paio di ovvie premesse. La prima è che il nostro alto debito pubblico si è accumulato anche (o forse soprattutto) perché la classe politica italiana (dal ’60 a oggi e di qualsiasi colore) ha consentito alle famiglie italiane un livello di vita ben superiore a quello che la ricchezza prodotta dal paese avrebbe potuto consentire (accumulo di un debito pubblico a fronte di una creazione di risparmio privato): oggi, questo sistema di fare politica non tiene più e deve essere modificato, con il più ampio contributo possibile.

La seconda premessa è che, oggi ma anche domani, dopodomani e così via, il debito pubblico così creato ha un bisogno assoluto (pena il fallimento dello Stato) di essere rifinanziato a tassi accettabili da un mercato internazionale dei capitali che non capisce i bizantinismi della politica italiana e che non accetta le perdite di tempo che abbiamo accumulato nel 2011.

Date queste premesse la scelta di Monti come premier è non solo ovvia, ma anche indispensabile e le scelte dei futuri ministri dovrebbero essere fatte non con il bilancino del manuale Cencelli, ma con la “bascuglia” delle competenze.

Se sento proporre Pietro Ichino per il Welfare, non posso che essere contento di un ministro di questo livello e dovrei solo ringraziare sia chi saggiamente lo propone che la sua disponibilità ad accettare questo compito. Penso quindi che sia compito nostro, come classe politica periferica di ciascun partito, spingere la propria classe politica nazionale a proporre solo candidati eccezionali: forse non è ben chiaro a tutti, ma il futuro governo rappresenta le Termopili della nostra democrazia e solo i migliori potevano esserci.

Circa il possibile programma, è inutile fare sofismi: ci viene imposto  infatti dalle circostanze eccezionali che stiamo attraversando e più ancora dal modo in cui ci siamo arrivati.

1. Superamento dell’attuale bicameralismo, mediante la pura abolizione del Senato o la sua trasformazione in un differente organismo (come il Senato delle Regioni), ma con numero di membri non superiore al centinaio.

2. Dimezzamento del numero dei deputati.

3. Revisione dell’attuale sistema delle autonomie locali (creazione di macro-regioni per contenere il loro costo di funzionamento sotto ai 10 euro per abitante – realizzazione di un numero molto ridotto di macroprovince nell’ambito delle nuove macroregioni).

4. Creazione di sistemi di gestione degli esuberi derivanti nel pubblico impiego per le riorganizzazioni del sistema rappresentativo di cui ai punti precedenti.

5. Patrimoniale per la riduzione del debito pubblico: è meglio per tutti una chiara tassa una-tantum che riduca l’onere pagato in interessi piuttosto che il prelievo strisciante determinato dagli attuali tassi di interesse.

6. Feroce lotta ai capitali nascosti all’estero e all’evasione fiscale (con le attuali situazioni parlare di manette agli evasori è giusto oltre che lecito) e riduzione delle forme di elusione legalizzata.

7. Modifica dei sistemi di regolamentazione del mercato del lavoro (più protezione media per tutti i tipi di contratti a fronte di minori garanzie per i contratti dipendenti a tempo indeterminato).

8. Vendita del patrimonio immobiliare dello stato per la parte non utilizzata (con mantenimento se possibile delle quote nelle aziende a partecipazione pubblica leader di mercato – non per voglia di statalismo, ma perché sarebbe immorale la loro vendita agli attuali prezzi di mercato per la pressione dei mercati finanziari e di governi stranieri interessati) .

9. Creazione di sistemi di gestione degli esuberi derivanti da una  riduzione dell’impiego pubblico (per ogni tipo di amministrazione  nella misura del 5-8 per cento (e speriamo che basti, e non si debba arrivare al 20 per cento come in Grecia).

10. Realizzazione di interventi legislativi miranti a ridurre le rendite  di posizione, come possibile sfogo occupazionale delle nuove generazioni. Pur con quest’ultimo intervento rimane il problema immane e crescente della disoccupazione giovanile, alla cui riduzione dovrebbe essere destinata qualsiasi provento positivo non indirizzato alla riduzione del debito pubblico: non me ne vogliano i verdi, ma per un po’ di anni global warming, energie eoliche, ecc. non possono essere le priorità del nostro Paese.

Per gli incerti o i pavidi vorrei dire che sono conscio che questo programma avrà con ogni probabilità un effetto devastante sul futuro politico dei  partiti e degli uomini che lo realizzeranno, ma mi sono tornate in mente le parole di Alberto da Giussano (quello vero di Giosuè Carducci, non quello patacca della Lega) alla fine della Canzone di Legnano: “diman da sera i nostri morti avranno una dolce novella in purgatorio e la rechi pur io”.

Era la rappresentazione di una grande Italia: speriamo con questi sacrifici di poter tornare a esserla. Ci dispiacerebbe comunque se dovessimo un domani chiederci che senso ha avuto entrare nella moneta unica e che senso hanno avuti tutti i sacrifici passati e futuri, a fronte dell’essere comunque considerati in Europa un paese di seconda classe.