L’AQUILA – “Una iniziativa imprenditoriale progettata e avviata all’insegna dell’improvvisazione della inadeguatezza, della disorganizzazione, della violazione di basilari norme di sicurezza, della scarsa trasparenza”.
E’ un passaggio della sentenza della Corte dei Conti dell’Aquila del 18 marzo, che ha condannato a restituire 4,8 milioni di euro erogati da Invitalia, Accord Phoenix, ora Aura spa, società operante dopo un avvio molto tormentato dal gennaio 2018, nel settore del trattamento e smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici (Raee), nel Tecnopolo d’Abruzzo.
La società, aveva ottenuto 10,8 milioni di euro, a valere sui fondi post sisma del “4 per cento”, per risollevare il tessuto economico del cratere sismico, di cui solo in parte erogati, a fronte di 45 milioni di investimento.
L’insediamento durante gli anni del centro sinistra di Massimo Cialente, il piano industriale, e le compagine della società, erano state oggetto di forti polemiche politiche da parte in primis dell’oggi capogruppo di Fi, Giorgio De Matteis.
Ad indagare sulla sussistenza dei requisiti per l’accesso ai finanziamenti pubblici per il sostegno delle attività produttive e di ricerca era stato già il sostituto Procuratore della Repubblica dell’Aquila, David Mancini.
La nuova società, Aura, va precisato, non ha nulla a che vedere con la gestione passata e con le inchieste che si sono susseguite in questi anni.
A maggio 2019, i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza dell’Aquila avevano già dato esecuzione al sequestro preventivo dei 4,8 milioni già ottenuti, disposto dalla Procura, nei confronti della società e di Ravi Shankar, Francesco Baldarelli e Luigi Ademo Pezzoni, accusati del reato di indebita percezione di contributi statali.
Un’inchiesta clamorosa, tanto più perché l’Accord Phoenix, è la principale realtà industriale a essersi insediata in città dopo il sisma del 2009,
La Corte dei conti, ricorda nella sentenza quanto era emerso dalle inchieste: “nessuno dei soggetti appartenenti alla Accord Phoenix aveva le premesse indispensabili alte professionalità nel settore del riciclo di rifiuti elettronici”. Inoltre “le prospettate assunzioni di personale in cassa integrazione dell’expo elettronico erano spesso, state disattese, a fronte di assunzioni meramente clientelari che non avevano comunque raggiunto i numeri previsti”, ovvero 134, per i quali la società si era impegnata con Invitalia.
E ancora il piano industriale aveva “formato oggetto di perplessità da parte dei sindacati”, “i macchinari acquistati risultavano essere caratterizzati da una tecnologia obsoleta”, “il valore del progetto era sovrastimato”, “gli stipendi percepiti dai dirigenti della società erano sproporzionati rispetto al loro professionalità impiego”.
Il pm Mancini, come ricorda la Corte dei Conti, aveva scritto di “un atteggiamento più da speculazione finanziaria che volto all’iniziativa imprenditoriale: avviare l’attività, incassare prima possibile i contributi pubblici realizzare il margine desiderato e nulla più. Tutti gli attori di questa vicenda sono stati ispirati da una logica di mero affare più personale che imprenditoriale, amministrando secondo criteri tutt’altro che economici dell’impresa. Men che meno sono emersi quali punti cardine cui fare riferimento nel prendere le decisioni, gli interessi della collettività degli operai e di una città, L’Aquila, che comunque si è mostrata fiduciosa nei nuovi investitori”.
Si ricordano quali interventi della Asl a seguito di ispezioni hanno contestato il rispetto delle normative di sicurezza e sanitarie, e l’inchiesta della procura dell’Aquila che aveva confermato “l’avvenuta gestione illecita di rifiuti”
In sintesi “una iniziativa imprenditoriale progettata e avviata all’insegna dell’improvvisazione – scrive la Corte dei Conti – della inadeguatezza, della disorganizzazione, della violazione di basilari norme di sicurezza, della scarsa trasparenza, della prioritaria attenzione ai ritorni finanziari immediati dei soci e dei soggetti a loro collegati piuttosto che alla solidità del progetto industriale, tanto da rendere credibile l’ipotesi di avere impiegato il contributo pubblico nella creazione di un margine finanziario gestito da dall’amministratore Shankar per remunerare illecitamente se stesso ed altri soggetti non individuabili”.
La politica locale aveva scritto Mancini, “sapeva delle presunte irregolarità della società sin dal 2016, ma preferì volgere lo sguardo dall’altra parte, facendo sì che l’azienda violasse “l’impegno all’assunzione dei cassaintegrati dell’ex polo elettronico”, a vantaggio di “soggetti vicini ai vertici aziendali o ai politici locali, in ossequio a logiche clientelari”.
I giudici chiariscono che “il tema non è lo stato di odierna salute di Aura, bensì l’impiego di denaro pubblico a suo tempo erogato alla società che si è dimostrato concretamente incompatibile con il programma vincolante imposto dalla pubblica amministrazione”.
Aura spa viene dunque condannata al pagamento in favore di Invitalia, di 4,8 milioni di euro, più interessi
I






