L’AQUILA – I coniugi non legalmente separati o divorziati non possono percepire due volte il contributo di autonoma sistemazione (Cas), anche se residenti in case separate.
Rischia di creare un cataclisma una sentenza del Tar Abruzzo che si è espressa sulla controversa questione, che fu alla base di un feroce scontro tra l’allora coordinatore della Struttura per la gestione dell’emergenza, Roberto Petullà, e il dirigente del settore Avvocatura del Comune dell’Aquila Domenico de Nardis.
La vicenda risale allo scorso anno e riguardava circa 500 coppie aquilane, con marito e moglie che incassavano un doppio Cas solo per il fatto di aver eletto la propria residenza anagrafica in due distinte abitazioni.
Il caso era stato sollevato dalla commissione di Controllo e garanzia, all’epoca presieduta da Enzo Lombardi (Forza Italia): uno “scherzo” da circa 200 mila euro al mese.
Il Comune dell’Aquila, per bocca di De Nardis, aveva riferito ad AbruzzoWeb che “l’allarme lanciato da alcuni, compreso una dirigente comunale (il riferimento era a Paola Giuliani, ex responsabile dell’area Accoglienza alla popolazione della Sge, ndr) è totalmente infondato e fuori luogo”.
“Dal punto di vista civilistico gli sposati sono liberi di fissare la residenza in luoghi diversi e a essi spetta il doppio Cas”, aveva aggiunto l’avvocato. Macché.
Petullà era di tutt’altro avviso e aveva annunciato l’invio di tutta la documentazione alla Corte dei conti ma, da quanto si sa, fino a oggi la magistratura contabile non si è espressa nel merito.
Potrebbe essere costretta a farlo ora, visto quanto hanno deciso i giudici amministrativi in riferimento a una coppia aquilana, di cui la moglie residente, insieme alla figlioletta, in una casa “E” dell’Aquila e il marito, invece, in un appartamento agibile a Tornimparte, a pochi chilometri dal capoluogo.
La signora reclamava l’erogazione del contributo, ma il Tar ha sentenziato diversamente: “Il collegio ritiene di escludere il suddetto ‘nucleo familiare’ sia esclusivamente quello che risulta anagraficamente residente nell’immobile danneggiato dal sisma, dovendo esservi invece incluso anche il coniuge non legalmente separato, pur se residente altrove. La composizione del predetto nucleo resta infatti tale, con i connessi doveri dei suoi componenti quale che sia il loro luogo di residenza”.
Il paradosso è che è stato il Comune dell’Aquila a sospendere il Cas alla donna ed è stato lo stesso De Nardis a perorare le ragioni dell’ente presso il Tar, contraddicendo, di fatto, il comportamento tenuto nei confronti delle 500 coppie segnalate dalla commissione di Vigilanza.
È probabile che, a questo punto, il Comune debba procedere al recupero delle somme versate negli anni, preparandosi a un’ondata di nuovi ricorsi degli interessati. Pierluigi Biondi



