VASTO – Mobilitazione dei dipendenti per il rinnovo dei contratti, e degli agricoltori vessati da canoni irrigui raddoppiati in pochi anni, debiti mostruosi che rischiano di cadere sulle spalle dei consorziati, inchieste giudiziarie e segnalazioni alla Corte dei Conti. L’assessore Dino Pepe che annuncia riforme, attese da tempo e mai andate in porto.
Scorre più il veleno che l’acqua dentro i canali irrigui d’Abruzzo, gestiti dai cinque consorzi di bonifica: “Centro” (Chieti), “Sud” (Vasto), “Ovest” (Avezzano), “Interno” (Sulmona e L’Aquila) e “Nord” (Teramo).
Enti che hanno come compito quello di garantire la funzionalità dei canali di irrigazione, di strade, acquedotti ed elettrodotti rurali e in alcuni casi anche dei depuratori. Ma che pagano l’eredità di scellerate gestioni del passato, e che subiscono oggi l’ostilità crescente degli agricoltori, che sempre più li considerano baracconi di stipendiati, pagati con le loro tasse sempre più esose.
A protestare sono però anche i “presunti stipendiati alle spalle di chi lavora la terra”, i circa 300 dipendenti dei Consorzi, che una settimana fa scorso hanno manifestato a Pescara fuori il palazzo della Regione a piazzale Bovio, chiedendo all’ente di schierarsi con loro nella vertenza nazionale per il rinnovo del contratto, contro cui fa le barricate lo Snebi, il sindacato che rappresenta i consorzi.
“Chiediamo un aumento del 7 per cento – spiega Felicantonio Maurizi della Fai-Cisl, ad Abruzzoweb – una proposta del tutto ragionevole, ma ci viene proposto il 2,7 per cento, in più lo Snepi vorrebbe anche ridurre i diritti come i premessi sindacali, e le tutele per i lavoratori stagionali, e per noi questo è inaccettabile”.
L’assessore regionale all’agricoltura Dino Pepe ha assicurato i sindacati Fai-Cisl, Flai-Cgil e Filbi-Uil che manderà una nota di sostegno a queste richieste allo Snepi.
E ha anche confermato che è quasi pronta la proposta di riforma dei consorzi di bonifica. Incentrata sulla nascita di un Consorzio di secondo grado, che dovrà accorpare gli uffici che in ciascuno dei cinque consorzi, si occupano di amministrazione, in primis delle buste paghe e di progettazione.
Pepe assicura che questo porterà a significativi risparmi, senza chiudere i consorzi, che sono già l’esito di una accorpamento operato nel 1996 delle decine di consorzi che esistevano prima, e senza licenziare nessuno. Per qualcuno però questo intento appare un impossibile quadratura del cerchio.
Il tema della sostenibilità economica dei consorzi di bonifica è del resto sempre urgente anche in Abruzzo, che pure è messo meglio, con l’eccezione del consorzio sud, rispetto ad esempio a Sicilia e Puglia dove si moltiplicano scandali sulla mala gestione e il clientelismo, che ha trasformato questi enti in mucche da mungere.
I consorzi si sostengono alle quote versate dagli agricoltori, che poi eleggono anche i componenti del cda, i quali percepiscono oggi solo modesti gettoni di presenza. Ma i costi di funzionamento sono comunque notevoli, tenuto conto che hanno come detto 300 dipendenti, tra cui non pochi dirigenti.
Sapere qualcosa di più è però impossibile, perché nei siti istituzionali, dalla grafica dall’accessibilità a dir poco mediocre e datata, la sezione “Amministrazione trasparente” è vuota, o fortemente lacunosa, e non sono resi pubblici in particolare il numero dei quadri dirigenziali e i loro compensi, i costi di gestione, il numero e i criteri di selezione dei consulenti esterni.
Una mancanza di trasparenza che non fa altro che infiammare gli animi degli agricoltori che tengono in vita i consorzi con i loro canoni di bonifica, aumentati notevolmente negli ultimi anni, proprio mentre la crisi attanaglia in settore.
Un problema che attanaglia in particolare il consorzio di bonifica “Interno”, che opera nel bacino aquilano del fiume Aterno, nella Valle Peligna e nel comprensorio il comprensorio di Capestrano-Ofena.
Il canone irriguo si è infatti triplicato nel giro di due anni, anche perché il Consorzio si porta dietro un debito da oltre un milione di euro ereditato dai consorzi sciolti e accorpati, e l’associazione di allevatori Cospa, tramite il suo portavoce Dino Rossi urla allo scandalo, anche perché “la quota contributiva spettante ai consorziati deve essere commisurata in base alla sopportazione economica degli stessi, e soprattutto perché le tasse vengono fatte pagare fino all’ultimo centesimo anche se non si usufruisce del servizio, cioè non si irrigano campi, cosa secondo me incostituzionale”.
Il Cospa ha dunque chiesto all’assessore Pepe di commissariare il consorzio di bonifica centro, evidenziando che “è assurdo che gli agricoltori in crisi debbano pagare tasse che servono quasi tutte per pagare i dipendenti e i dirigenti, con stipendi altissimi, dei consorzi”.
Non va meglio nel Consorzio Sud di Vasto, già commissariato da tempo, gravato dall’incredibile debito accumulato negli anni che si attesta a circa 20 milioni di euro.
I commissari proprio per far fronte al buco di bilancio hanno anche qui aumentato i canoni idrici del 57 per cento.
C’è poi un’inchiesta giudiziaria in corso sugli anni della mala gestione, sollecitata dallo stesso presidente della Regione Luciano D’Alfonso che a gennaio 2016 ha espresso l’augurio “che l’Autorità giudiziaria vada a dare uno sguardo alle carte dell’ente”, facendo esplicito riferimento alla diga di Chiauci, eterna incompiuta i cui lavori sono iniziati negli anni Sessanta, la cui realizzazione è stata affidata anche Consorzio sud, però “riempita non di acqua ma di consulenti e progettisti”, a detta del presidente.
L’attuale commissario Rodolfo Mastrangelo, e il suo predecessore Giampiero Leombroni, hanno portato di persona parecchie carte in Procura.
Il 23 giugno scorso una cinquantina di agricoltori al seguito di Cia, Copagri e Confagricoltura hanno manifestato sotto sede del Consorzio a Vasto, chiedendo la riduzione dei canoni, ritenuti insostenibili. Ottenendo la promessa dopo pochi giorni, da parte dell’assessore Pepe e dall’assessore al bilancio Silvio Paolucci di una variazione di bilancio di 550 mila euro entro luglio, come contributo straordinario e una tantum finalizzato proprio a ridurre i canoni.
“Una pezza colori su un vestito pieno di toppe”, ha però ironicamente commentato il consigliere di Forza Italia Mauro Febbo, a sua volta accusato dal presidente della Regione Luciano D’Alfonso di essere uno dei corresponsabili, in qualità di ex assessore all’Agricoltura negli anni del centrodestra, dello sfacelo del consorzio di bonifica.
Febbo in tutta risposta ha scritto alla Corte dei conti segnalando le anomale assunzioni e promozioni che anche in regime commissariale continuano ad essere fatte al Consorzio, le ultime due a tempo determinato di un ingegnere e di un impiegato.
Il paradosso per quanto riguarda il consorzio di Bonifica sud è che la scelta più logica, vista la sua disastrosa e irrimediabile situazione contabile, sarebbe quella della liquidazione, come sta avvenendo per gli istituti di ricerca Cotir, Crab e Crivea.
Il problema è però che in tal caso il fardello del debito andrebbe a finire sulle spalle dei consorziati ovvero degli agricoltori, gli stessi che si sentono, non senza ragioni, vittime di una gestione disastrosa di un ente che doveva solo provvedere a portare l’acqua nei loro campi, e non parcelle nelle tasche di pletore di colletti bianchi.



