L’AQUILA – Ben vengano le fusioni dei piccoli Comuni, ma guai a renderli percorsi forzati, imposti dalla legge, ed è meglio intanto puntare sulla condivisione di servizi e risorse.
Anche l’Abruzzo con l’assessore regionale con delega all’associazionismo territoriale Andrea Gerosolimo, ex Abruzzo civico, e il presidente regionale dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) Luciano Lapenna, si schierano contro il progetto di legge presentato in Parlamento da una ventina di deputati del Partito democratico capeggiati dall’onorevole Emanuele Lodolini, che vorrebbe rendere obbligatorie le fusioni dei Comuni sotto i 5 mila abitanti.
Le Regioni che non provvederanno a quanto sancito dalla proposta di legge, si stabilisce, perderanno fino alla metà dei contributi, ad eccezione di quelli destinati a sanità e trasporti.
Una legge che, se approvata, avrebbe effetti pesanti anche in Abruzzo, dove 249 Comuni su 305 sono sotto i 5 mila abitanti, e di essi 119 sotto i 1.000 abitanti. E nessuno si è fuso, nonostante gli importanti incentivi previsti sia dal governo, a cui si aggiungeranno a breve quelli della Regione in virtù di una legge che porta la firma di Maurizio di Nicola di Centro democratico, e cofirmato anche da Gerosolimo.
“Non conosco nel dettaglio i contenuti di questa proposta di legge – spiega Gerosolimo ad Abruzzoweb – ma ritengo che una pur auspicabile fusione dei piccoli Comuni, non può essere calata dall’alto, da Roma, deve nascere dal basso, e non può non tenere conto delle peculiarità dei territori. Chi intende fare un calcolo solo ragionieristico rischia di fare danni, serve affinità, contiguità, le identità delle singole comunità”.
Sulla stessa linea Lapenna, secondo il quale “il processo che porta al crescente associazionismo è in essere anche in Abruzzo, con tanti piccoli Comuni che si stanno unendo pur mantenendo un’identità giuridica, ed è questo il percorso da seguire, progressivo, dal basso, altre forzature non troveranno mai il consenso della popolazione”.
Il riferimento di Lapenna è alle prime si spera di una lunga serie di unioni già in stato avanzato costituite in Abruzzo, ovvero quelle dei Comuni teramani di Arsita, Bisenti, Castiglione Messer Raimondo, Castilenti, Elice e Montefino, che hanno dato vita alla “Città Val Fino”, e in provincia dell’Aquila, l’unione dei comuni “Terra dei Peligni” realizzata dai Comuni di Raiano, Prezza, Vittorito, Corfinio e Roccacasale.
Tra i servizi messi insieme ci sono lo sportello unico attività produttive, protezione civile, servizi sociali, polizia municipale, anagrafe, centrale unica di committenza e, in ultimo, uno speciale ufficio per fare progetti di sviluppo del turismo territoriale.
E par di capire, anche per la Regione, assicura Gerosolimo, la strada da seguire e quella di favorire il moltiplicarsi delle unioni, senza fusioni imposte dalla legge, ma solo incentivate, grazie anche alla proposta di legge regionale che prevede un contributo una tantum di euro 100 mila euro,e per dieci anni consecutivi alla fusione, un contributo destinato esclusivamente alla riduzione dei tributi locali, all’implementazione e al miglioramento dei servizi erogati, che va da 100 mila euro a 500 mila euro.
Incentivi che si aggiungeranno a quelli statali già in essere: per un periodo di dieci anni, un contributo straordinario di 1,5 milioni di euro, e nei primi cinque anni dalla fusione l’esenzione dai vincoli e dalle limitazioni delle assunzioni di personale a tempo determinato e dall’applicazione del patto di stabilità.
“Sono stato cofirmatario – spiega Gerosolimo – del progetto di legge perché ritengo che le forme di associazionismo soprattutto nelle aree interne permetteranno la razionalizzazione delle risorse, una maggiore qualità dei servizi di cittadinanza, in particolare nei settori dell’istruzione della salute e dei trasporti. Devo però registrare che ci sono tante difficoltà ed è per questo che stiamo lavorando per individuare forme intermedie di associazionismo, come ad esempio le unioni tra territori omogenei”.
Del resto, conclude Lapenna, le fusioni che prevedono la cancellazione giuridica di tanti piccoli e piccolissimi comuni, con i loro sindaci e consiglieri, “pur auspicabile se su base volontaria” non porterebbe nemmeno a chissà quali risparmi.
“Il costo della politica nei Comuni sotto i 5 mila abitanti è risibile, quasi tutti i sindaci e consiglieri, di numero ridotti all’osso, prestano il loro importante lavoro amministrativo, a titolo gratuito, o in cambio di piccolissimi rimborsi spesa. Gi sprechi sono altrove, sono ben altri. E poi guardiamo ad altri Paesi europei: in Francia il numero dei piccolissimi comuni è di gran lunga superiore rispetto all’Italia, e si punta sulle unioni, sulla condivisione dei servizi, nessuno pensa di cancellarli con un tratto di penna da Parigi, di umiliare la dignità, la storia e l’integrità delle piccole comunità orgogliose del loro municipio, che è cosa diversa dal campanilismo”.





