L’AQUILA – “Il commercio a L’Aquila è in agonia, la maggior parte degli esercizi indebitati e le banche si tengono stretti i soldi, mentre dal governo non arriva nessuna delle risposte che pure aveva promesso”.
Il quadro desolante è tratteggiato da Celso Cioni, direttore di Confcommercio Abruzzo.
Lo stesso che a gennaio si guadagnò la notorietà nazionale barricandosi alcune ore dentro la sede aquilana della Banca d’Italia, con due taniche di benzina e un accendino, “per lanciare un grido di dolore dei piccoli commercianti di questa martoriata città – come spiegò lo stesso Cioni – che sono stati costretti dal terremoto a lasciare i propri negozi senza ottenere alcun sostegno, ricollocati alla meglio, piccoli commercianti disperati tenuti che quotidianamente sotto pressione dalle banche”.
Sono passati 10 mesi, ma nulla è cambiato. Anzi, forse le cose sono anche peggiorate: negli ultimi 18 mesi delle 7 mila aziende, 700 hanno chiuso i battenti negli ultimi 18 mesi. E di queste, la maggior parte riguarda proprio gli esercizi commerciali piccoli e medi.
I più in sofferenza, quelli che delle 900 attività commerciali che erano in centro storico, hanno riaperto ricollocando l’attività in periferia, circa 600.
In centro sono rimasti o sono arrivate invece circa 30 attività, quasi tutte pub, tavole calde e locali, che lavorano con gli operi durante il giorno e con la movida studentesca la sera.
Altri dati non sono disponibili, non esiste infatti un censimento aggiornato da parte del Comune dell’Aquila su quanti e quali siano gli esercizi commerciali attualmente operanti.
La responsabilità di questa situazione di crisi generalizzata, ribadisce Cioni, è anche del sistema creditizio.
“Posso assicurare – spiega – che più della metà degli esercizi commerciali è indebitato, ed è iscritto alla Crif, ovvero al libro nero della centrale rischi finanziari. E così quando i titolari vanno in banca a chiedere anche piccoli prestiti, si vedono rispondere picche, perché sono giudicati cattivi pagatori, gente inaffidabile. Vengono trattati come pregiudicati che vanno a chiedere il porto d’armi. E così spesso si abbassano per sempre le saracinesche, perché magari non è stato possibile avere liquidità per riempire gli scaffali e il magazzino, in quanto il fornitore voleva essere pagato in contanti”.
E questo accade anche se è la stessa Confcommercio, attraverso la Ascomfidi, a farsi da garante del prestito.
“Con la nostra cooperativa di riferimento di garanzia fidi – accusa Cioni – possiamo ad arrivare, grazie alle norme anti usura, a coprire il 90 per cento di un prestito da 10 mila euro, ma anche in questo caso le banche non aprono il borsello”.
Le banche, insomma, non se la sentono di rischiare nemmeno mille euro.
E di fronte ai loro “niet”, i Confidi sono un’arma spuntata, anche se proprio pochi giorni fa sono stati rifinanziati dalla Regione Abruzzo con 15 milioni di euro, da ripartire tra la quarantina di Confidi operanti in regione.
A seguito della protesta di gennaio, in una riunione in Prefettura alla presenza dell’allora sottosegretario di Stato con delega alla Ricostruzione dell’Aquila, Giovanni Legnini, si era ipotizzata l’istituzione di un fondo di rotazione da 20 milioni di euro, da far gestire non alle banche, ma alla Fira, la finanziaria della Regione Abruzzo, che di fatto si sarebbe dovuta sostituire agli inaccessibili istituti di credito, per dare ossigeno a tante piccole aziende a corto di liquidità.
Una misura straordinaria, come lo era e continua ad esserlo la situazione nel capoluogo abruzzese dopo il terremoto, perché, spiega ancora Cioni, “la maggioranza degli esercizi è in una condizione di indebitamento e morosità non per colpe proprie, ma perché dopo il sisma gli stessi esercizi si sono dovuti ricollocare altrove, dal centro storico in periferia, dove gli è stato possibile trovare un nuovo locale. Hanno cioè azzerato la fase di avviamento, perdendo una buona parte della clientela. In più, hanno dovuto affrontare grosse spese per le ristrutturazioni, per nuove insegne, arredi, attrezzature, solo in minima parte coperti dai fondi messi a disposizione dalle ordinanze della Protezione civile”.
La proposta è rimasta però lettera morta.
Tra i responsabili dell’agonia del commercio a L’Aquila, spostandoci in centro storico, non ci sono però solo le banche.
“La trentina di attività commerciali – spiega Cioni – che ha aperto o resistito tra mille difficoltà nella città vecchia, avrebbero grandi benefici dall’insediamento di altre attività, per fare massa critica ed aumentare il numero dei clienti potenziali. Purtroppo, nei pochi edifici appena ristrutturati, gli ffitti sono troppo alti, non inferiori ai 25 euro al metro quadro. Il Comune, ma anche la Regione, dovrebbero intervenire, con un consistente abbattimento delle tasse e con misure volte a favorire l’insediamento di nuove attività”.
“La verità – conclude Cioni- è che dopo più di cinque anni dal terremoto, ancora si attendono misure a favore delle piccole imprese. Se si continua a pensare solo alla ricostruzione edilizia, la città rischia comunque l’agonia”.



