L’AQUILA – Quest’anno il Presepe vivente di Pianola ‘Come a Betleem’ festeggerà i suoi primi 40 anni. Un appuntamento speciale, diverso, non il solito anniversario. Almeno, ce lo auguriamo di cuore. Si tratta in verità di un vero e proprio genetliaco e non di un semplice compleanno. Niente paura, non è una parolaccia. È solo un termine non molto facile da pronunciarsi, apparentemente ostile, eppure ideale proprio perché richiama nel nostro caso, mai come stavolta, la sua solenne e impegnativa origine etimologica: genetliaco…“il costume antico di celebrare il dì natalizio”.
Ed è sicuramente questo il vero segreto dell’indiscutibile fascino del ‘Come a Betleem’, la sua grande magia. E giusto per non esaurire questa felice espressione eduardiana, ci verrebbe da chiederci chi mai potrà essere stato l’artefice magico di questo poderoso spettacolo vivente? Anche da semplici spettatori, pur se fortemente provati da un proverbiale freddo polare sugli ‘spalti’, sarebbe facile porsi una semplice domanda: quelle due voci che ci raccontano della storia dell’uomo, dall’albero della vita alle tavole di Mosè, passando tra apparizioni, stelle comete e profezie, per arrivare alla tanto attesa scena della Capanna, da dove mai potranno sbucare? Per caso da un ciclopico amplificatore o magari, per sognarci sopra, dal buio di una notte celeste?
Per una volta tanto, vogliamo essere realisti, un po’ crudi, ma non per guastarci l’illusione. Solo per giocare: in fondo di questo si tratta. Quel piacevole racconto in versi altro non è che l’indovinato incontro di due gustose voci recitanti su un testo ben scritto, ben congeniato e con alcuni passaggi letterari di raffinata e delicata poesia. Su questo testo, o meglio sceneggiatura, si aggrappa tutta la miracolosa strategia dello spettacolo, il suo trucco, l’invenzione scenografica e la composizione musicale (brani già editi ma comunque ‘originali’), la scelta poi doverosa e opportuna di centinaia di comparse e di alcuni figuranti di spicco, che saranno poi i mimi protagonisti della nostra storia, recitata all’interno di un’immensa cavea naturale.
Coordinare tutto questo, in tanti anni di attività, non deve essere stato semplice per i nostri devoti e zelanti agrimensori (nota definizione tanto amata dai curatori dello spettacolo), già indaffarati con largo anticipo – alcuni mesi prima – per riunirsi e definire le piccole ma vitali varianti per ogni edizione. Per loro la passione è tutto, così come la fortunata occasione di rivedersi per l’immancabile appuntamento, tanto da organizzare coram populo persino incontri per l’elezione degli eccellenti figuranti: la Madonna, San Giuseppe, l’Angelo, e via dicendo (Gesù bambino incluso, ovviamente).
Insomma, nonostante un gran lavoro, per chi vi collabora non mancano momenti di sana e genuina allegria, negli ultimi anni arricchita e condita da religiosi conviviali e piacevoli trasferte sui generis a Greccio e nella Capitale. Ma a pochi giorni dalle prove generali, a ridosso del 25 dicembre non si scherza: le energie non possono andare disperse. Tantomeno il budget, non così generoso come potrebbe sembrare. Eppure ce se la fa, immancabilmente, senza mai sgarrare. A Natale, verso le 18 e in seconda rituale convocazione verso le 19, si dà inizio finalmente alle danze, solo per dare il tempo al vero Creatore di spegnere lentamente le luci dall’alto.
“Lassù, per i mari del cielo e il fuoco dei soli, lassù, ha inizio il cammino di una stella”. L’incipit del testo qui è molto eloquente: lo spettacolo è appena iniziato. Ma in ogni caso continua a distrarci, a non rispondere alla domanda del nostro ipotetico spettatore: chi sarà mai l’artefice magico di tutto questo? A ben rifletterci, forse tutti. O forse qualcuno. Dipende dai punti di vista. Ma di una cosa siamo certi: ‘Come a Betleem’ è una grande magia, ogni volta unica e irripetibile, il cui unico trucco si chiama tradizione.
Ed è per questo che finora il suo successo è stato sempre garantito, ora più che mai. Non può morire: troppo tenacemente amato e vissuto dai suoi fedeli custodi. A meno che…a meno che di questo grande spettacolo di passioni e di ‘prestigio’ ci si stanchi del trucco. Comprensibile, si sa. La tentazione è grande. A una certa età, ogni gran pezzo di teatro di successo vorrebbe tornare giovane, magari stirandosi le rughe per piacersi di più. Col desiderio triste, nei casi peggiori, di sentirsi rinnovato, diverso, magari accanto a qualcuno più colto ma difficilmente facoltoso. Dagli spalti ‘vuoti’ il solito antipatico spettatore si godrà ugualmente lo spettacolo fino in fondo, ma stavolta in silenzio, senza porsi domande. Ci verrebbe da chiederci adesso, quasi seccati: “ma chi è quel tipo curioso col cappello e una lunga sciarpa bianca al collo?”. Si è allontanato ridacchiando. Non lo sapremo mai.
E se invece fosse un nuovo stravagante figurante? In fondo oggi, con i tempi che (non) corrono, sarebbe facile trovarsi a pochi passi dalla scena in casa di un Luca Cupiello un Vladimiro farneticare con Sganarello sull’arrivo del piccolo Godot in una mangiatoia, assistito da un asino e persino da un rinoceronte. Con quella tipica disinvoltura di chi non può e sa inventare niente. Ma anche questo in fondo, bontà nostra, è pur sempre teatro. E finché c’è festa c’è speranza. Auguri Pianola. E grazie per averci regalato 40 anni di Betleem. Li dimostri tutti, per fortuna.




