Con punto fermo e imprescindibile il collegio unico, con i candidati che dovranno presentarsi davanti agli elettori dell’intero Abruzzo, e non solo come ora della loro provincia. Piatto forte della proposta, ma con aperture all’opposizione per eventuali correttivi volti garantire la rappresentanza in territori con meno abitanti e numero di voti potenziali e su altri aspetti non dirimenti come le due o tre preferenze. Riforma considerata come collegata indissolubilmente all’allargamento della giunta e al rimpasto.
Questa la linea tracciata nella riunione della maggioranza di centrodestra di mercoledì scorso, con i capigruppo chiamati a raccolta da Marsilio. Presenti Massimo Verrecchia, per Fdi, Vincenzo D’Incecco, per la Lega, Emiliano Di Matteo per Forza Italia, Marianna Scoccia, per Noi Moderati, Luciano Marinucci per Marsilio presidente. Assente il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri, di Forza perché impegnato al consiglio comunale di Pescara, il primo dopo le elezioni suppletiva. Tuttavia, secondo quanto si è appreso, non ci sarebbe una data limite per l’approvazione e un cronoprogramma.
Un summit che fa seguito a quello, allargato a tutti i consiglieri e assessori, di fine gennaio all’hotel Mood di Città Sant’Angelo. E già in quella occasione era apparso chiaro che Marsilio, al suo secondo mandato e con la prospettiva di una candidatura alle europee nel 2029, non si fida dei suoi e teme franchi tiratori al momento fatidico del voto in aula.
Questa testata aveva del resto rivelato, in base a fonti dello stesso centrodestra, dell’esistenza di una fronda, animata da un pezzo da novanta di Fratelli d’Italia, il teramano Paolo Gatti, presidente della quinta commissione Sanità, a cui sarebbero pronti ad aderire i consiglieri regionali Maria Assunta Rossi e Antonio Prospero, di Fdi, Gianpaolo Lugini, di Marsilio presidente, Carla Mannetti, della Lega, ed anche, seppur più defilato, Daniele D’Amario, di Forza Italia, sottosegretario di Giunta e presidente della commissione speciale Statuto. Un documento da sottoscrivere era stato presentato da Gatti in una riunione di Fdi nei giorni ancora precedenti.
Marsilio nella nuova riunione ristretta ha anche ribadito, per l’ennesima volta, che la riforma elettorale rappresenta una priorità assoluta del programma dopo il giro di boa della legislatura, da portare a casa ben prima della scadenza del marzo 2029. E ad essa è subordinato l’allargamento della giunta da 6 a 9 componenti, molto caro ai partiti, come consentono le nuove norme nazionali per per le piccole regioni come l’Abruzzo, con annesso rimpasto.
È stato anche ribadito che la riforma elettorale non è una modifica dell0 statuto, e si può procedere anche a maggioranza, senza che l’estio possa essere sottoposto a referendum.
Ma la linea è quella di evitare colpi di mano e forzature. Perché l’opposizione del campo largo potrebbe brandire comunque l’arma del referendum e trasformare l’aula in un campo di battaglia per la riforma, come detto collegata e gemella al collegio unico, dell’allargamento della giunta, che invece è una modifica dello statuto. Da questo punto di vista, nelle vesti di pontiere sta operando con particolare assiduità il presidente del Consiglio Sospiri.
La nuova legge elettorale prevede, lo ricordiamo, una modifica della norma in vigore dal 2013, approvata dal centrodestra di Gianni Chiodi, con piatto forte il collegio unico regionale, con la conseguente abolizione dei quattro collegi provinciali, l’ampliamento del numero di candidati di lista che passerebbero dagli attuali 30 a 45, l’introduzione della tripla preferenza di genere con due uomini e una donna oppure due donne e un uomo, l’elezione alla carica di consigliere regionale anche di un secondo candidato presidente sconfitto, purché a capo di una coalizione che abbia eletto almeno due consiglieri. Infine un diverso calcolo delle preferenze, per quel che riguarda l’attribuzione dei resti.
Aspetto che crea conflitto è proprio il cuore della riforma, il collegio unico: l’opposizione compatta, ma anche come detto esponenti della maggioranza, per ora silenti e dietro le quinte, ritengono che esso penalizzerà i candidati nelle aree interne con meno abitanti e dunque meno elettori, rispetto alle popolose province di Pescara e Chieti e della costiera teramana che insieme formano un’area metropolitana di 700mila abitanti. Insomma, il rischio è ritrovarsi un consiglio regionale fortemente sbilanciato verso l’Abruzzo costiero rispetto a quello montano.
E dunque Marsilio, anche per evitare brutte sorprese tra le sue file, si è detto d’accordo a migliorare il testo con meccanismi correttivi, tutti da studiare e formalizzare, che garantiscano in ogni caso l’elezione in consiglio regionale di un tot di candidati dei territori potenzialmente penalizzati.
Non negoziabile però è l’impianto della norma incardinata sul collegio unico, che per Marsilio sarà un antidoto contro il “campanilismo” e il “particolarismo” dei consiglieri ed assessori, che si considerano rappresentanti solo del loro circoscritto territorio, e che invece saranno costretti a considerare loro bacino di consenso l’intero Abruzzo.
Per le opposizioni, e non solo, resta però il fatto che una campagna elettorale su scala regionale avrà costi ben maggiori, e questo favorirà in ogni caso i candidati con maggiori disponibilità economiche, che hanno reti di relazioni molto più ramificate e potenti, rispetto, ad esempio ad un pur talentuoso sindaco di un piccolo paese dell’entroterra. E ad essere avvantaggiati, c’è chi assicura saranno in primis gli assessori uscenti che hanno lavorato negli anni su tutto il territorio regionale, in virtù delle loro deleghe.
Infine, da quello che si apprende, altri aspetti della riforma, come quella delle tre proferenze, o del numero dei candidati in lista potranno essere oggetto di negoziazione, ed eventuale modifica. Filippo Tronca





