L’AQUILA – È inutile negarlo, tutto o quasi si fa per quella cosa lì. Sì proprio per quella.

Dai tempi della guerra di Troia la musica è la stessa, quindi conviene mettersi il cuore in pace.

Se qualcuno non se ne fosse ancora accorto, corra a vedere The Social Network dell’ottimo David Fincher, già dietro a Fight Club e Zodiac.

Uno di quei filmoni da non perdere per nessuna ragione, perché raccontano come gira il mondo oggi.

Lo sconcertante successo di Facebook è il riflesso della vita del Fondatore, ex studente di Harvard tanto genialoide quanto odioso, un’impressionante macchina scacciafemmnine candidata a vincere per anni i campionati studenteschi di autoerotismo.

Se qualche ragazzotta se lo fosse filato, se si fosse preso un due di picche in meno, non avrebbe mai messo in piedi la più grande comunità esistente al mondo, 500 milioni di iscritti, oltre sei volte gli abitanti della Germania.

Mark Zuckerberg sarà anche un’icona della modernità, sempre in giro per il mondo a tenere conferenze, con un un conto in banca spaventoso, in confronto a lui Zlatan Ibrahimovic non arriva a fine mese.

Ma resta uno sfigato colossale. Un tipo insopportabile, cresciuto a pane e codici html, sempre pronto a contraddire tutti, che non sta bene se non mette in continuazione i punti sulle i, la classica persona con cui nessuno passerebbe una serata da quanto fa sentire inferiori, neanche fosse Giulio Tremonti.

Era riuscito a far girare le balle anche a Erica Albright, l’unica che, con un coraggio da leoni, aveva provato ad avvicinarlo. Ma una sera anche lei per l’esasperazione lo aveva scaricato sbattendogli la porta in faccia.

“Tu mi sfinisci, uscire con te è come fare un’ora di step. Mi dispiace se tu non sei soddisfatto del mio livello di istruzione. Probabilmente diventerai un vero mago dei computer, non mi stupirebbe. Ma passerai la vita a pensare che non piaci alle ragazze perché sei un nerd. E io posso dirti dal profondo del mio cuore che non sarà per questo, non piacerai perchè sei un grande stronzo”.

Facebook nasce dall’umiliazione. Sì perché una notte, mentre tutta Harvard fa bagordi, il nostro si piazza, neanche a dirlo, davanti al computer insieme al suo unico amico (l’ingenuo Eduardo Saverin) e dopo essersi sbronzato a dovere gli viene il ghiribizzo di mettere online le foto delle ragazze iscritte all’università.

Sai che roba ormai vedere sul web le solite gnocche discinte, la nuova frontiera del sesso, più sussurrata e meno spinta, passa per le ragazze (e i ragazzi) che si possono incrociare dietro l’angolo.

Perché non mettere online le foto di tutto il campus, da sfogliare e votare una a una?

Sembrava una bravata come tante altre. Senonché l’innocente voglia guardona di due sbarbatelli diventa nel giro di pochi mesi quello che è oggi: un’ossessione di proporzioni planetarie di farsi i fatti altrui, che occupa ogni giorno ore e ore a milioni di persone, subito in ansia se non hanno sottomano smartphone e computer per controllare se ci sono novità nel proprio profilo Facebook.

Fincher è bravo a dare un ritmo serrato agli eventi e a non prendere posizione nelle beghe legali che hanno distrutto l’amicizia tra i cofondatori, due che ieri erano pappa e ciccia e ora per quel che ne sappiamo non si parlano più.

La storia, complice una colonna sonora con i controfiocchi, fila che è una meraviglia, grandissimi gli attori (Jesse Eisenberg interpreta Zuckerberg meglio dello stesso Zuckerberg) e persino Justin Timberlake nel ruolo di mr. coca Sean Parker non fa troppi danni.

Una domanda però rimane: ma perché Zuckerberg gira in ciabatte come uno scemo per mezzo film?

Voto: 8