L’AQUILA – Arriva il fine settimana e con esso la consueta carrettata di splatter o giù di lì, spesso penosi, tamarri da far paura, quasi sempre da evitare.

Stavolta è il turno di Frozen, filmaccio che cammina costantemente in bilico sul filo del ridicolo e a qualcuno potrebbe piantarsi in mezzo allo stomaco, perché ha le sue due-tre scene da seguire stringendo i denti per il fastidio. Però c’è un però.

A costo di essere travolti da uno tsunami di impopolarità, osiamo dirlo: Frozen si salva, per miracolo, in calcio d’angolo. Già immaginiamo gli insulti dei soliti snob.

Intendiamoci: raramente si erano ascoltati dialoghi di tale sciatteria e sconclusionatezza, roba da veri deficienti, i Teletubbies a confronto sono per intellettuali di spessore.

E poi, vedere per un’ora e mezza tre poveracci a penzoloni su una seggiovia, che ne fanno di ogni per portare a casa la pelle, non è tutto questo piacere.

Epperò, la domanda è sempre quella, che deve fare un film del genere se non mettere addosso angoscia, tensione e, volendo, anche un po’ di sacrosanto disgusto?

In questo senso Frozen il suo mestieraccio lo fa fino in fondo e non merita una stroncatura, tant’è che in alcuni momenti qualcuno potrebbe non farcela e abbandonare la sala.

Sarà poi solo un caso, ma è difficile non notare che il film è stato sapientemente distribuito alla fine della stagione sciistica, per evitare un crollo verticale delle presenze e un vergognoso fuggi-fuggi dalle località invernali di mezza Europa.

D’altronde a nessuno verrebbe più voglia di allacciarsi gli scarponi e salire in cima a una montagna dopo aver visto come se la passano i tre disgraziati protagonisti di questa terribile vicenda.

I quali riescono nell’impresa di rimanere bloccati a diversi metri d’altezza su una seggiovia, guardacaso di notte, guardacaso quando non c’è più nessuno nel giro di chilometri, guardacaso nel giorno in cui l’impianto chiude fino alla settimana dopo. L’ipotermia è dietro l’angolo.

E ora che si fa, ti butti giù tu o mi butto giù io, col rischio di rompersi l’osso del collo? Al pubblico non resta che, come sempre si fa con questi film, puntare qualche euro sul cavallo vincente: chi ci lascia le penne per primo?

Un applauso allo sciagurato Adam Green, al quale sarebbe il caso di nominare un amministratore di sostegno per aver eretto monumenti alla raffinatezza e al buon gusto come Hatchet, e ora per aver scritto e diretto questo Frozen, che se non altro una morale ce l’ha: tanto valeva starsene al rifugio e schiantarsi di vin brulè.

Voto: 5/6