CHIETI – Nuova mazzata per i 366 dipendenti tecnico-amministrativi dell’università “Gabriele d’Annunzio”: la dirigenza universitaria è pronta a richiedere loro 3.358.545,56 euro, che sarebbe l’ammontare di quanto il personale avrebbe percepito in eccesso nel corso delle passate gestione universitarie.
Su tali “eccessi”, però, non c’è affatto unanimità. Tanto è vero che la vicenda è già materia di cause giudiziarie, ma, prima di entrare nel merito su se e quanto i dipendenti hanno percepito in eccesso, quello che i lavoratori si sono chiesti è perché devono essere loro a pagare per errori fatti da chi ha calcolato l’importo delle loro buste paga?
Se ne è parlato nell’assemblea generale convocata dalle organizzazioni sindacali mercoledì 30 presso l’aula magna di Medicina, assemblea che doveva decidere sulle azioni di lotta per riavere in busta paga i 300 euro di Ima (indennità mensile di ateneo) e che, invece, a causa di una mail inviata il giorno prima dal vertice universitario, è stata dirottata sul problema dei soldi da ridare indietro.
“La cifra sottoposta a valutazione ai fini di un eventuale recupero – si legge nell’ultima pagina dei documenti inviati per mail – è di 3.358.545,56 euro. Si informa infine che questa Amministrazione provvederà a recuperare quanto dovuto in ordine alle somme erogabili non riconducibili ad alcuna previsione contrattuale, richiedendone la restituzione direttamente alle persone che ne hanno goduto”.
D’altronde che la politica intrapresa sia proprio quella del rigore, anche a scapito di dipendenti che in assoluta buona fede hanno accettato le loro buste paga pensando fossero corrette, lo dimostra la vicenda dei collaboratori ed esperti linguistici (cel) a cui da gennaio scorso sono arrivate le richieste di pagamento di enormi somme (da 85 mila a 92 mila euro a testa), sempre perché sarebbero stati strapagati in passato.
Ovviamente i cel si sono rifiutati di pagare mettendo tutto in mano agli avvocati, come ha ricordato in assemblea la rappresentante di categoria, Sophie Lheureux, membro della rsu presente insieme agli altri delegati rsu presenti in aula (Luigi Fusella, Annamaria Imperio, Assunta Centritto, Lorella De Lellis) insieme ai sindacalisti Maria Lidia De Biasi e della Flc Cgil, Goffredo De Carolis della Csa-Cisal, Lucia Mazzoccone della Cisl e Valentino Barattucci della Uil Rua. Unica assenza in assemblea è stata quella dei delegati sindacali del Cisapuni.
Ma da dove sarebbero usciti i quasi 3 milioni e mezzo di euro che i dipendenti devono ridare indietro? La mail a firma del rettore Carmine Di Ilio e del direttore generale Filippo Del Vecchio contribuisce a spiegare l’iter che parte dalla stessa motivazione per cui è stata sospesa l’Ima nel 2014: ovvero la mancata certificazione in passato del fondo per il salario accessorio.
Da questo fondo vengono erogati i soldi per la parte accessoria dello stipendio, tra cui l’indennità mensile di ateneo. Ma se il fondo non è stato certificato negli anni precedenti, allora i soldi sono stati percepiti in maniera illegittima e devono essere restituiti.
A sollevare i primi dubbi sulla mancata certificazione del fondo sono stati nel 2013 gli ispettori del Ministero di economia e finanza. Gli ultimi dubbi, invece, sono stati posti dal collegio dei revisori dei conti, che con i loro rilievi non solo hanno bloccato l’accordo sindacale del 29 luglio scorso, che prevedeva il ritorno dell’Ima in busta paga, ma hanno anche chiesto al vertice universitario di quantificare le somme che sarebbero state erogate in eccesso.
Il vertice universitario ha prontamente e diligentemente fatto i conti, spiattellando la cifra di 3.358.545,56 euro. (ar.ia.)






