CHIETI – Potrebbe essere un filmino hard di 16 minuti a inchiodare l’ex assessore al Comune di Chieti Ivo D’Agostino, agli arresti domiciliari da ieri per concussione e violenza sessuale.

La custodia cautelare è stata disposta dopo la denuncia di cinque donne cui avrebbe chiesto sesso in cambio di un alloggio popolare, in città si rincorrono le voci sulla condotta dell’ex componente della Giunta municipale, sospeso oltre che dalla carica, anche dal suo partito, l’Unione di centro.

A parlare in maniera ufficiale, con due diverse conferenze stampa, sono stati i gruppi d’opposizione che hanno chiesto le dimissioni del sindaco, Umberto Di Primio: per loro il primo cittadino non poteva non sapere.

Dalla Questura, invece, bocche cucite. L’unico dato certo è che l’inchiesta non si è fermata e che, se al momento non ci sono altri indagati, non è detto che non ce ne possano essere in futuro.

Trapela, comunque, qualche indiscrezione sugli elementi in mano agli inquirenti contro l’assessore: oltre agli sms portati dalle vittime e alla telefonata a cui i poliziotti hanno assistito in diretta (perché l’assessore ha contattato una delle cinque donne che lo ha denunciato mentre questa era a colloquio con la polizia) ci sarebbe anche la registrazione di un incontro “intimo” fatta da una delle donne con il cellulare.

L’interrogatorio di garanzia è previsto per la giornata di domani. Per il momento si sa che l’ex sindaco e responsabile provinciale Udc Andrea Buracchio non è più il difensore dell’ex assessore, che si è rivolto allo studio Ionata Faiulli.

Per domani è attesa anche la conferenza stampa di Di Primio che replicherà alle opposizioni.

L’EX VICE SINDACO DI PAOLO: “GIUSTIZIA SOCIALE NON VUOLE ESSERE PIU’ COMPLICE DELLA MAGGIORANZA”

Il primo a chiedere le dimissioni di Di Primio è l’ex vice sindaco e segretario di Giustizia sociale Bruno Di Paolo che chiede anche di fare luce sulla graduatoria di assegnazione degli alloggi comunali.

“Se è vero che ci sono state operazioni poco pulite – ha detto in conferenza stampa Di Paolo – allora il sindaco istituisca una commissione d’inchiesta, interna o esterna, che verifichi l’applicazione della graduatoria”.

“Se le accuse saranno provate – continua l’ex vice sindaco – credo che occorrerà annullare il bando d’assegnazione. Per quanto mi riguarda, ricordo di aver ricevuto molte lamentele da parte di assegnatari e mancati assegnatari”.

Il vertice di Giustizia sociale impone anche un diktat ai propri tre consiglieri comunali, Enrico Bucci, Luigi Milozzi e Achille Cavallo: “Niente più voti insieme alla maggioranza. Giustizia sociale non vuole in alcun modo essere complice di questa maggioranza con cui non vogliamo più avere nulla a che fare – tuona Di Paolo – e i consiglieri che non rispetteranno questa volontà verranno considerati come traditori degli ideali per i quali sono stati eletti”.

ROBERTO DI MILLO, PORTATORE DI HANDICAP IN CASA POPOLARE SENZA ASCENSORE

Se gli alloggi comunali venivano trovati ad hoc per un certo tipo d’utenza, un altro tipo faceva, invece, fatica a trovare una casa popolare adeguata alle proprie condizioni. A portare la sua testimonianza è Roberto Di Millo, affetto da sclerosi multipla, costretto su una carrozzella e assegnatario di un alloggio popolare.

Solo che il suo appartamento è al secondo piano di uno stabile senza ascensore. Costretto tra le quattro mura di casa, Di Millo ha chiesto più volte all’assessorato per le Politiche della casa di poter avere un alloggio diverso, ma per lui non è stato possibile fare nulla.

Di Millo ha raccontato anche lo spiacevole episodio avvenuto nella giornata di Pasqua, quando desideroso di uscire per andare alla funzione religiosa ha chiesto alla moglie di trovare due volenterosi aiutanti che lo portassero giù lungo le scale. Cosa che è stata fatta, solo che al ritorno, dopo la messa, non è stato trovato più nessuno, fino alle due e mezzo del pomeriggio, quando finalmente è riuscito a risalire a casa.

IL PD CHIEDE LE DIMISSIONI DEL SINDACO, “NON E’ PIU’ IN GRADO DI GOVERNARE NULLA” 

“I fatti contestati a D’Agostino si sono consumati all’interno del Comune, trattato come un alcova, come hanno detto gli stessi agenti di polizia. È possibile che Di Primio non sapesse nulla? – chiede provocatoriamente il segretario cittadino del Partito democratico Enrico Iacobitti – È questa la domanda che facciamo al sindaco di Chieti. Se risponde di no credo che si tratti di una gravissima inettitudine politica e amministrativa rispetto ai suoi doveri di sindaco. Se dice di si, ci sono responsabilità sul piano penale, politico ed etico nei confronti della città”.

Per Luigi Febo, capogruppo della lista Chieti per Chieti, “la maggioranza ormai non esiste più. Negli ultimi sette giorni il Consiglio comunale è caduto sia in prima che in seconda convocazione.  E questa mattina il numero legale è venuto meno anche in commissione dei capigruppo. Di Primio ormai non è più in grado di governare nulla”.

“Chieti deve reagire di fronte a questa situazione – urla il capogruppo Pd, Alessio Di Iorio – c’è bisogno di una riscossa morale di fronte a questa indecenza. Chieti merita di più”.

UN TOPO MORTO APPESO ALL’AUTO DI ALESSANDRO GIARDINELLI (SCELTA CIVICA)

L’ex capogruppo dell’Udc, partito lasciato in polemica per aderire a Scelta civica, Alessandro Giardinelli, approfitta della conferenza stampa per denunciare una intimidazione subita: “Ho trovato un topo morto, avvolto dentro una carta, legato allo specchietto della mia auto”.

Giardinelli, che ha denunciato l’episodio in procura, ha detto di aver pensato a una intimidazione, “forse a causa delle difficili questioni da me affrontate in Consiglio comunale, come le interrogazioni sul progetto Polis, sul villaggio del fanciullo, sui rifiuti e sul tribunale. Ho provato orrore di fronte alla carcassa dell’animale, ma certo non mi lascio intimidire”.

L’intera faccenda D’Agostino getta anche nuova luce sull’uscita di Giardinelli dall’Udc. La scelta sembrava essere dettata solo da diverse posizioni nei confronti della linea della maggioranza, ma ora Giardinelli rivela anche che ci furono grossi dissidi proprio a causa della condotta di D’Agostino.

Insieme a Giardinelli lasciò il partito anche l’allora coordinatore cittadino Giuseppe Baraccani che punta il dito contro Buracchio, reo di “non aver saputo o voluto affrontare la questione morale ed etica”. Con un atteggiamento “pilatesco”, Buracchio, secondo Barracani, avrebbe preferito proteggere D’Agostino, “perché portatore di voti” anziché Giardinelli che lo accusava a spada tratta al chiuso delle riunioni di partito.