CHIETI – La pioggia ininterrotta dei giorni scorsi non è bastata a fermare il grido rivoluzionario di circa 800 giovani studenti teatini che hanno marciato sulle strade di Chieti intonando cori e slogan.

Il motivo di questa rivolta è nascosto nella delusione verso uno Stato che, ancora una volta, gridano gli insorti, “taglia fuori la scuola dalle sue priorità”.

Tra la sfilza delle motivazioni di questa piccola ma significativa rivoluzione emerge il “disaccordo verso la legge di stabilità decisa dalla Troika (quella composta da Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, ndr) e la speranza dello sblocco del turnover per ridare qualità sia a scuole che a università e garantire un futuro lavorativo alle giovani generazioni, introducendo forme di reddito e di strumenti che garantiscano l’autonomia sociale degli individui”.

Tra le vie e i luoghi di raccolta, a sfilare decise sono numerose scuole della città: liceo Scientifico “F. Masci”, Classico “G.B. Vico”, istituto “F. Galiani”, Itis “Luigi di Savoia”, istituto magistrale “I. Gonzaga”, Istituto d’arte.

Da piazza Garibaldi un fiume di studenti di diversi istituti che straripa in un gruppo unito e coeso verso lo stesso obiettivo; un ennesimo tentativo per cambiare le cose: dopo un giro della città ritornano al punto di partenza, la stessa piazza Garibaldi dove tutte le scuole radunate si confrontano in un sit-in esplicativo in cui emergono le problematiche che avevano generato questo movimento.

Voci che si sovrappongono ma che si riversano in un unico coro: voler difendere il futuro dei giovani e riscattarsi dai soprusi ricevuti in passato.

Il riferimento è in particolare ai tagli effettuati alla scuola fin dal 2008, di cui gli studenti rivendicano 8 miliardi solo con la riforma Gelmini mentre con il decreto legge approvato il 7 novembre alla scuola spetta all’incirca 1/20 di rispetto a quello prelevato in passato.

“Se pur in minima parte, vogliamo far sentire la nostra voce e mostrare al governo la sofferenza della scuola pubblica – spiega Gaetano Salcuni, uno dei rappresentanti dello Scientifico – Il nostro obiettivo è di smuovere la situazione precaria in cui ci troviamo. Ora è il momento di alzarci e far valere la nostra volontà, iniziare da ora a difendere il nostro futuro. Se noi gridiamo, dovranno ascoltarci”.

Un tono deciso, come quello di tutte le altre scuole: striscioni e megafoni tra le mani dei ragazzi che gridano i propri diritti mancati.

Un altro dei rappresentanti, Davide Di Silvestre del Classico, confessa: “Siamo stanchi di una classe dirigente senza un disegno politico focalizzato sul futuro. Scendiamo in piazza per urlare un netto e definitivo no alla politica dell’immobilismo e delle spese militari, no al finanziamento pubblico per scuole private e al blocco del turnover nelle università. Vogliamo una legge di stabilità più equa – prosegue – che ridistribuisca il peso fiscale alzando la tassazione sui patrimoni e sulle transazioni finanziarie: i soldi per scuola e cultura ci sono, vanno solo trovati”.

Giacomo Domenicucci, sempre del “Vico”, rincara: “L’equilibrio politico del governo si fa sempre più complicato e, con il congresso del Partito democratico alle porte, abbiamo la possibilità di incrinare i rapporti parlamentari a nostro favore. Le grida che verranno da ogni città d’Italia, da ogni lavoratore in sciopero, da ogni studente in protesta, costringeranno i parlamentari ad ascoltare il proprio elettorato e fare la scelta giusta”.

Tono acuto, da questa manifestazione, terminata con la promessa di non cedere alle sconfitte ma continuare a impugnare le “armi” della cultura che spettano ai giovani studenti.

Una mattina d’autunno dedicata alle idee di una popolazione studentesca che di lottare per i propri diritti non è stanca mai; gli studenti agguerriti e combattivi intonano il loro pensiero contro una società che sembra non ascoltare.

“Urliamo il futuro che vogliamo, costruiamo il futuro che chiediamo” è il motto di questa giornata, nonché il manifesto della speranza del domani.