L’AQUILA – “Prima la utilizzeranno per produrre energia dalla combustione di sostanze organiche, poi la trasformeranno in un inceneritore in cui bruciare i rifiuti”.
Per l’associazione “Salviamo Paganica” la storia della centrale a biomasse che verrà realizzata a Monticchio è un copione già scritto.
L’impianto, in base a un accordo firmato il 30 agosto da Regione, Provincia e Comune e la società Ma&d, proprietaria della struttura, verrà realizzato nel nucleo industriale di Bazzano-Paganica per produrre energia termoelettrica dalla combustione di biomasse.
“Questo impianto – ha affermato Patrizia Righi, che ieri ha organizzato, con la onlus “Salviamo Paganica” un’assemblea informativa sul tema, a cui erano presenti anche la X circoscrizione di Paganica e il comitato di quartiere del progetto C.a.s.e. di Bazzano – non apporterebbe nessun vantaggio alla popolazione, a parte qualche posto di lavoro. L’unica cosa che causerebbe è un grave danno alla salute dei circa 13.000 abitanti di Paganica e delle zone limitrofe, che sarebbero esposti all’inquinamento delle nano particelle sprigionate dalla combustione”.
Il timore più grande è proprio quello che riguarda la salute degli abitanti. “Io parlo da mamma preoccupata per la salute dei propri figli – ha spiegato – Nel decreto attuativo è riportata la lista dei rifiuti e dei combustibili derivati dai rifiuti ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili. Tra gli altri è presente anche la parte biodegradabile dei rifiuti solidi urbani non differenziati, il cosiddetto Cdr, dannosissimo per la salute”.
“Il nostro timore – ha aggiunto – è proprio che dopo qualche anno questa centrale venga trasformata, così come è accaduto in altre parti d’Italia, in un inceneritore di rifiuti”.
Il progetto di centrale a biomasse che verrà realizzato all’Aquila sarà dotato di una caldaia che brucerà il cosiddetto cippato, ovvero legno ridotto in scaglie che sarà prelevato nella cerchia di 70 km dal sito della stessa centrale.
L’apporto economico al territorio sarebbe, in base al progetto, la possibilità per le aziende agricole e i contadini di coltivare biomasse da rivendere alla centrale.
“Dai dati che abbiamo a disposizione – ha spiegato – risulta che per ogni ettaro al contadino verrebbero dati circa 1.400 euro netti l’anno. Si capisce facilmente che questa è una cifra irrisoria, soprattutto considerando il fatto che i contadini aquilani possiedono dei piccoli appezzamenti di terreno, dai quali ricaverebbero davvero ben pochi soldi”.
I problemi non riguarderebbero solo il guadagno effettivo di chi mette a disposizione i terreni, ma anche l’effettiva disponibilità di appezzamenti sul territorio. “Il fabbisogno di una centrale a biomasse – ha spiegato la Righi – è di 5, 5 megawatt, ovvero circa 63.000 tonnellate di cippato l’anno. Occorrerebbe dunque una superficie di 6.000 ettari di terreno per cicli di taglio di 3 anni. Considerato che tutta la zona pianeggiante dell’Aquila est, da Sant’Elia fino a Stiffe, è di circa 3.900 ettari, è evidente che non arriviamo neanche a metà della superficie necessaria alla centrale a biomasse”.
Patrizia Righi ha poi sottolineato la poca attendibilità dei documenti prodotti per l’approvazione del progetto. “Si nota – ha detto – che le date degli atti si riferiscono al periodo immediatamente successivo al terremoto, un momento molto particolare in cui magari ci può essere stata disattenzione nel valutare quelle documentazioni”.
L’associazione ha lamentato anche un disinteresse da parte delle istituzioni riguardo la popolazione che si ritroverà ad avere come “vicino di casa” un impianto a forte impatto ambientale.
“A livello statale – ha concluso – c’è una legge che dice che per gli impianti a biomassa al di sotto dei 30 megawatt, oltre alla Conferenza di servizi, va sentita anche l’opinione della popolazione dove va insediata la struttura. A noi invece non hanno chiesto nulla, anzi abbiamo scoperto tutto per caso una ventina di giorni fa”. (e.m.)
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