ROMA – La “giustizia lumaca” colpisce ancora.

È arrivato oggi, infatti, dopo quarantun anni di attesa, il verdetto finale della Cassazione su una vicenda giudiziaria nata il 5 luglio 1969, giorno dello sfortunato incidente stradale nel quale un giovane ingegnere perse la moglie.

Da allora, per avere il giusto risarcimento dalla società assicuratrice del signor Tullio S., conducente del veicolo che si era scontrato con la signora Teresa L., guidatrice inesperta compartecipe al 50 per cento dell’incidente letale, sono state necessarie una causa penale, partita nel 1970 circa e conclusasi nel 1976, e una causa ‘civile’ iniziata con citazione del 16 dicembre 1978, passata due volte dal giudice di secondo grado e altrettante, con oggi, al cospetto della Suprema Corte.

Con il passare degli anni, cambiamenti non solo per il destino del vedovo che, superato il lutto, si è risposato altre due volte, ma anche le sedi giudiziarie dove si è sviluppata la causa “lumaca” che, da Pescara, è andata a finire alla Corte di Appello dell’Aquila per slittare, dopo il primo approdo in Cassazione, nel 1993, fuori regione, a Perugia, designata quale corte di rinvio.

Negli uffici giudiziari umbri, tra consulenze, prove presuntive e ricalcoli, la stagnazione del procedimento è durata fino alla fine del dicembre 2007.

In Cassazione il ricorso dell’ex vedovo è arrivato nel 2009 e oggi c’è stato il deposito definitivo della sentenza 6357.

Alla fine della fiera, l’ingegnere ha avuto complessivamente diritto a 22 milioni di vecchie lire, nemmeno rivalutabili perché l’avvocato aveva dimenticato di chiederlo, e sua figlia Maria Pia, rimasta orfana a quattro anni, ha ricevuto poco più di 250 milioni, sempre in vecchie lire.