L’AQUILA – “Mai avrei potuto orientare Repubblica né nessun altro: non ne avevo il potere”.

Le parole che Giovanni Legnini, ex vice presidente del Csm, oggi commissario per l’emergenza sisma del Centro Italia, arrivano dopo il “terremoto” delle intercettazioni telefoniche pubblicate da diversi quotidiani nazionali che hanno travolto la Magistratura.

Tra le intercettazioni tra giornalisti e magistrati, è spuntato fuori un colloquio che risale al 29 maggio del 2019 tra lo stesso Legnini, già fuori dal Csm e non coinvolto nell’inchiesta, e Luca Palamara, il pm ex presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), finito nella bufera dopo essere stato indagato per corruzione.

“Claudio Tito conta – spiega Legnini a Palamara -…il tema è orientare il gruppo, adesso Repubblica su un linea diversa …. Io non so il Fatto Quotidiano adesso La Verità, su cosa virerà perché la loro posizione è contro Pignatone”.

Palamara replica: “Esatto”. E Legnini, dicendo che “c’è una operazione di orientamento” spiega a Palamara: “Se vuoi parlo io, ho rapporti al massimo livello… dimmi tu….riflettici…”. “Io con Claudio Tito ho un rapporto…” chiarisce Palamara. 

“Lo conosci bene… e allora parla con lui deve passare la linea della vendetta nei tuoi confronti…” controbatte Legnini.

E così Legnini, ex numero due del Consiglio superiore della magistratura dal 2014 al settembre 2018 in quota Pd sotto il governo Renzi, oggi, in una lunga intervista chiede scusa a Repubblica. 

Sostiene di aver pronunciato una “frase infelice”.

“D’altronde – continua – a quella conversazione non venne dato alcun seguito, come risulta dagli atti. Nonostante questo, mi sento di chiedere scusa a Repubblica, a cui riconosco autorevolezza e autonomia, e ai suoi lettori. Le carte di Perugia hanno dimostrato che non c’era alcun complotto. Era soltanto cronaca, purtroppo”.

Ma perché Legnini usava quel linguaggio parlando con Palamara? “Era un magistrato molto influente ed era il capo di fatto di una corrente – spiega l’ex vicepresidente del Csm – Sulle decisioni importanti, spesso siamo stati in disaccordo. Ma io ho conosciuto un altro Palamara, non certo quello delle conversazioni che sono state rese pubbliche, che mi hanno sorpreso e amareggiato nei toni e nei contenuti”. 

L’autodifesa di Legnini, sottolinea Il Fatto Quotidiano, copre tutto il suo quadriennio da vicepresidente: “Durante il mio mandato – sostiene- ho la certezza assoluta che nessuna delle decisioni assunte fosse il prodotto di patti inconfessabili ma frutto di decisioni collegiali, come d’altronde sembra emergere dalla chiusura delle indagini. E rivendico anche di aver garantito sempre l’autonomia di ciascuno dei consiglieri e l’indipendenza dell’organo dalla politica”.

Dopo la pubblicazione delle intercettazioni, dall’Abruzzo era partito un attacco frontale dal capogruppo del Movimento Cinque Stelle in Regione, Sara Marcozzi, ex collega di scranno all’Emiciclo:”Questo non è certo ciò che ci si aspetta da quello che si dice un ‘uomo delle istituzioni dall’alto profilo’. Il M5S dovrebbe seriamente riflettere sulla opportunità di chiederne le dimissioni dall’importante ruolo che gli è stato di recente affidato”, aveva tuonato Marcozzi invocando, dunque, una sorta di dietrofront del suo stesso Governo che ha nominato commissario per la ricostruzione post terremoto del Centro Italia, Legnini, candidato a fine mandato Csm, alla presidenza della Regione per il centrosinistra alle elezioni abruzzesi del 10 febbraio 2019.