Una giornata delirante. Trovarsi imbottigliati in mezzo al traffico con un diluvio torrenziale sulla testa, pioggia pesantissima che sembra voglia bucare il tetto dell’autovettura, mentre tu ti attacchi al clacson per sfogare (inutilmente) la frustrazione.
Pescara oggi è davvero un incubo.
Confesso di non essere mai stato particolarmente paziente alla guida, ma stavolta la nevrosi è collettiva e ha più di un’attenuante.
La protesta della marineria e il maltempo, insieme, hanno creato una miscela devastante.
L’unica piccola consolazione per un cronista è quella di potersi sfogare dopo quattro ore in gabbia.
Lo so, non è giusto per quelli che non possono. Comunque io ne approfitto, almeno è terapeutico.
Verso le 12.40 esco da una conferenza stampa in viale Bovio e mi avvio verso la scuola di mia figlia.
Sono in vantaggio di una quarantina di minuti. Non so cosa mi aspetta. Man mano che si procede a passo d’uomo verso la stazione centrale comincio a prendere coscienza che non sarà una passeggiata, come si usa dire, e quando arrivo all’altezza delle Poste, in corso Vittorio Emanuele, e sono passati 40 minuti per percorrere meno di un chilometro, mi assale la frenesia.
Per strada ci sono “tappi” impressionanti. Eppure noto che ci sono anche strade completamente deserte, come via Palermo.
Ci arrivo con una manovra un po’ azzardata, con quello scatto tipico dell’automobilista pescarese che si sente padrone del mezzo e con quel sorrisino beffardo di chi non immagina neanche lontanamente di avviarsi al trappolone.
Percorro via Palermo, incrocio di via Firenze tutto liscio, nuovo caos in via Nicola Fabrizi, altri cinque minuti di stress e poi dritto verso il lungomare e la libertà.
Che ingenuo. Lì c’è una fila che mette i brividi. Butto la testa indietro, un lungo respiro e comincio a smanettare con il telefonino.
Chiamo mia figlia che mi aspetta davanti scuola, mia moglie per avvertire che faremo tardi. Vi risparmio la mezz’ora che precede il mio arrivo al porto canale, qui ecco la bella sorpresa: transenne in mezzo alla strada.
Qualcuno fa inversione, altri cercano un pertugio, un giovane marinaio se ne accorge, va lì e piazza un’altra transenna per impedire meglio il passaggio. Poi se ne torna dentro un bar.
Molti non gradiscono, li vedo sbraitare dai vetri offuscati, ma nessuno osa reclamare “ufficialmente”.
Intanto l’acqua viene giù a secchiate. Torno indietro, altro inferno e alle 14.20 raggiungo la ragazza che mi aspetta all’incrocio della biblioteca.
Ci sono altri studenti, anche loro in attesa. Sale in macchina, le chiedo com’è andato il compito di greco, lei sembra irritata perché forse preferiva un’altra prima domanda. Figuratevi come sto io.
Ci indirizziamo verso il semaforo di piazza Italia. Qui comincio a preoccuparmi davvero, la gente sembra impazzita.
A parte i salti di corsia, ti entrano davanti, di lato, da tutte le parti. Soprattutto sono i loro occhi a mettere paura: allucinati. Presumo anche i miei.
Io notoriamente in macchina sono un mezzo nervosetto, mia moglie dice sempre che prima o poi troverò qualcuno che mi farà passare la voglia. Perciò questa è l’occasione giusta per cambiare.
Ci vuole senso dell’humor, ci provo. Faccio una battuta, mia figlia non ride. Non la biasimo.
L’ingorgo è da film horror, auto avviluppate e conduttori spiritati, ma di vigili urbani neanche l’ombra.
Così verde, giallo e rosso non esistono più. Tutti si buttano al centro dell’incrocio e lì si intruppano, anarchia totale.
Mi rassegno, per ora niente ritorno a casa. Giro a destra in direzione Nord, via di fuga e non solo, incredibilmente trovo parcheggi disponibili.
Miracolo? Macché, semplicemente è impossibile scendere, le pozzanghere di acqua superano l’altezza delle caviglie.
Proseguo all’opposto della zona di casa, mi sembra di stare su una giostra che va al contrario. Troviamo una pizzeria al taglio.
Lì dentro si vive in un microcosmo alieno, il pizzaiolo si chiede come mai oggi sia rimasto quasi tutto invenduto.
E ci credo, possibile che non sappia cosa sta succedendo in città? Ora lo sa.
Ormai sono passate le 15, ci riproviamo. Ripassiamo davanti a scuola e ci sono gli stessi studenti di prima ad aspettare ancora i genitori. Mi dispiace, però non saprei proprio come aiutarli.
Rigiro verso piazza Italia, il tempo sembra essersi fermato. È tutto come prima. Altro giro, stesso incubo.
Per rilassarmi faccio il “superiore” e spengo la macchina, però appena quella davanti si muove di venti centimetri e io non sono ancora pronto mi sommergono di clacsonate.
Confesso che anch’io sono al limite con i nervi, perciò nuovo cambio di direzione, si va direttamente al lavoro dove è zona franca.
Parcheggio, scendiamo dalla macchina ed eccoci nel bel mezzo di una cascata, il nostro ombrello fa tenerezza di fronte a pioggia e vento.
Prima di salire in redazione trovo il tempo per rimproverare mia figlia che si è bagnata le scarpe.
D’altronde era difficile il contrario se ti trovi in mezzo a un lago, le mie sono molto peggio.
Lei mi guarda con tenerezza, credo mi compatisca.
Siamo completamente inzuppati, mi siedo al computer quasi stravolto, mi va di raccontare. Sono le ore 17 e 10, domani è un altro giorno, speriamo almeno di scamparla al raffreddore.
G.F., cronista stressato





