L’AQUILA – Potrebbe slittare la sentenza relativa al processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila sulla cosiddetta mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara) della Montedison, che era prevista per la fine del mese.
Lo ha fatto sapere il presidente del collegio giudicante, Luigi Catelli, al termine dell’udienza di oggi che si è conclusa intorno a ora di pranzo.
L’esigenza di rivedere il calendario è stata causata dalle udienze cancellate per il maltempo.
Il processo riprenderà dopodomani, 25 gennaio, per proseguire anche il giorno dopo: il programma prevede le arringhe dei difensori.
Oggi è stata la volta degli interventi delle parti civili.
“C’è una consulenza tecnica agli atti che classifica gli inquinanti anche in volatili e semivolatili, è evidente che al di là dell’inquinamento dell’acqua esiste un problema di inquinamento nell’aria”, ha detto l’avvocato Fabrizio Di Luigi.
Il legale rappresenta la famiglia Bucci, unica parte civile come persona fisica, che nel ’93 ha acquistato dalla proprietà dello stabilimento un’abitazione abitata fino al 2007 e poi abbandonata dopo la scoperta della mega discarica.
La richiesta di risarcimento è di 900 mila euro sia per il danno morale sia per quello consistente nell’azzeramento dell’immobile.
“Ancora oggi ci sono tracce di diossina sugli alberi in quella zona. Sarebbe interessante andare a verificare che in quel luogo, oggi spettrale, chi è sopravvissuto è scappato. Oggi non abbiamo ancora dati certi perché non esiste uno studio epidemiologico: ma basterà sentire le persone del paese per conoscere chi è morto di quel brutto male”, spiega ancora il legale.
“La proprietà dello stabilimento ha venduto nel ’93 l’abitazione ai signori Bussi che l’hanno abitata dal ’93 al 2007 quando è stata scoperta la mega discarica – ha aggiunto – A quel punto, la famiglia ha trovato rifugio da parenti e amici”.
Un altro avvocato di parte civile, Tommaso Navarra, che rappresenta Legambiente e Wwf Italia, spiega che “il dato essenziale è che non possiamo tutelare l’acqua del rubinetto se prima non tuteliamo le falde”.
“Se trovo lì dentro sostanze cancerogene, è chiaro che avveleno l’acqua di falda, distruggo il bene pubblico e avveleno gli utenti. L’esigenza del campo pozzo a 25 metri, non a 250 metri, rendeva evidente non solo l’esistenza del pericolo ma la piena consapevolezza”, conclude.
A questa fase del procedimento all’Aquila si è arrivati dopo il pronunciamento dello scorso marzo dalla Cassazione che ha convertito in appello tutti i ricorsi presentati alla Suprema Corte.
In Corte d’Appello a Chieti il 19 dicembre 2014, 19 imputati erano stati assolti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere mentre il reato di disastro ambientale fu derubricato in colposo e quindi prescritto.
L’indagine della Procura di Pescara sulla mega discarica dei veleni prese il via nel 2007 con la scoperta da parte del Corpo Forestale dello Stato.






