L’AQUILA – Le drammatiche vicende del quotidiano dell’Unità, dove aleggia lo spettro dei licenziamenti collettivi senza ammortizzatori sociali, si incrociano con quelle del bando della Regione che deve assegnare lo sfruttamento delle sorgenti Sponga di Canistro (L’Aquila), decisivo per salvare il posto di lavoro ai 75 dipendenti oggi in mobilità e rilanciare un sito produttivo strategico per l’intero Abruzzo.
Tra i protagonisti di entrambe le vicende c’è, infatti, il gruppo imprenditoriale dei fratelli Pessina, editori del quotidiano L’Unità, di cui detiene l’80 per cento delle quote, con la società Piesse, controllata da Guido Stefanelli, amministratore delegato della Pessina Costruzioni e con Pessina costruzioni di cui è presidente Massimo Pessina.
I Pessina con la Norda, titolare di marchi nazionali come la Sangemini e la Monticchio Gaudianello, è anche una delle quattro imprese che hanno risposto al bando per la concessione delle sorgenti Sponga di Canistro
Il 23 gennaio la Regione ha esaminato con la sua commissione interna la documentazione rispetto al requisito dell’ammissibilità, a cui partecipa anche l’Italiana Beverage di Tommaso Colella, l’imprenditore molisano la cui precedente concessione è stata annullata a seguito di un ricorso al Tar, la società Aqua srl dell’imprenditore avezzanese Mastrocesare e un’associazione temporanea d’impresa, che con la Bruni industry Srl e la Edilcomar porterebbe in campo anche investitori arabi.
E si attende ora la nomina della commissione esaminatrice chiamata a sbrigare la fase decisiva, cioè quella dell’apertura delle offerte tecniche contenute nella famosa busta B. Su tutta la procedura pende il pronunciamento del Tar atteso il prossimo 8 febbraio, al quale si è rivolta la Santa Croce, proprietaria dello stabilimento.
Tra i requisiti che fanno punteggio nel bando la garanzia dei livelli occupazionali e l’assunzione dei 75 dipendenti della Santa Croce in mobilità e avviati al licenziamento, che nei mesi scorsi sono scesi in piazza presidiando a lungo e occupando anche lo stabilimento.
Il gruppo Pessina, in termini di occupazione, ha però in queste settimane le sue belle gatte da pelare, nella drammatica vertenza che investe il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, nella cui proprietà c’è anche con il 20 per cento la fondazione Eyu, a sua volta divisa tra il 60 per cento al Partito democratico, e al 40 per cento all’impresa Piacentini costruzioni.
A metà gennaio, l’amministratore delegato Guido Stefanelli, attraverso una delegata dell’azienda Pessina, ha annunciato di voler dare il via a licenziamenti collettivi senza ammortizzatori sociali, anziché proseguire nella trattativa con il sindacato.
Ufficialmente non è dato sapere di quanti siano i licenziamenti sul tavolo, ma si parla di 12 giornalisti.
Motivo della crisi, le poche copie vendute in edicola e debiti che aumentano ogni mese, nonostante gli ingenti finanziamenti pubblici. Basti ricordare che a giugno 2015 l’Unità era tornata in edicola grazie allo stanziamento di 107 milioni da parte del governo, che ha fatto leva su una legge del 1998 varata dal governo di Romano Prodi, che aveva introdotto la garanzia statale sui debiti dei giornali di partito.
L’11 gennaio l’assemblea dei giornalisti ha di fatto proclamato uno stato di agitazione permanente destinato a proseguire fino alla fine del mese. Solo allora si potrà sapere se sono stati trovati nuovi soci oppure saranno ancora i Pessina e il Pd a mettere mano al portafoglio per salvare l’Unità. Operazione non da poco: servono almeno 5 milioni di euro per arrivare alla fine dell’anno, dal momento che l’Unità perde quasi 400 mila euro al mese.
Il rischio liquidazione del quotidiano cartaceo è forte, e sarebbe il terzo fallimento degli ultimi anni. (f.t.)
“Per quanto riguarda la difficile situazione in cui versa l’Unità, precisiamo che il riferimento a presunti licenziamenti collettivi, senza contemperare l’eventuale ricorso ad ammortizzatori sociali, è totalmente destituito di fondamento. Da parte di Unità srl e del suo socio di maggioranza rappresentato dalla Piesse, c’è stata da sempre la volontà di lavorare per salvare il giornale e i posti di lavoro dei suoi giornalisti. Uno sforzo, quello della società, che va avanti da diversi mesi, in un contesto del settore molto complicato all’interno di una congiuntura estremamente negativa per l’editoria.
Riteniamo del tutto sbagliato, inoltre, il richiamo fatto nell’articolo al finanziamento pubblico: l’Unità, fin dal suo ritorno nelle edicole italiane nel luglio 2015, non ha percepito, pur avendone diritto, un euro di finanziamento pubblico. L’Unità è stata salvata e gestita solo grazie all’intervento di fondi privati facenti capo al socio Piesse.
Così come del tutto errato è il riferimento ai 107 milioni utilizzati per salvare il giornale: quei fondi nulla hanno a che vedere con la nuova iniziativa editoriale di Unità srl. Neanche un euro di quella cifra è finita nelle casse di Unità srl. Quanto poi al costruttore Piacentini, precisiamo ulteriormente che non rientra in nessun modo nella compagine societaria del quotidiano l’Unità.





