L’AQUILA – La ripresa c’è, assicura il governo e illustri economisti, ma in provincia dell’Aquila non si vede.
Il 2015 è stato un altro anno segnato da migliaia di disoccupati in più, con tante crisi industriali che si avvitano su se stesse.
A dirlo sono i numeri snocciolati dai sindacati, e quelli più recenti del Cresa, sul terzo trimestre del 2015. Limitatamente al settore pur decisivo e trainante dell’industria manifatturiera, a cui si potrebbero aggiungere quelli negativi relativi al settore agricolo, al commercio, con tante attività che hanno abbassato le saracinesche, al terziario, ovvero alle micro ditte che offrono i più disparati servizi, per arrivare al popolo dei professionisti a partita Iva sconosciuto ai sindacati e che se vanno in malora nessuno se ne accorge.
“Guardate i dati di ottobre degli ammortizzatori sociali – afferma il segretario provinciale Cgil Umberto Trasatti, sventolando un foglio fitto di numeretti – in provincia dell’Aquila siamo arrivati a 5 milioni di ore di cassa integrazione, di cui 3,5 straordinaria, il doppio rispetto all’anno scorso, il che significa che le crisi industriali non si sono risolte, e per il lavoratori si avvicina la disoccupazione senza più nessun sostegno al reddito”
Nel 2012 del resto gli occupati nel settore industriale erano 124 mila, ora sono 107 mila, ovvero 17 mila persone, una piccola città, si ritrovano senza occupazione, e famiglie a carico, con una variazione record negativa del 15 per cento.
A scartabellare i dati si scopre anche che una delle difficoltà dell’economia provinciale è la difficoltà ad esportare.
“La provincia dell’Aquila nel 2001 deteneva una quota dell’export pari al 20 per cento del totale abruzzese – aggiunge Trasatti – nel 2008 è sceso all’ 11 per cento ora siamo appena 5, 6 per cento”.
Una crisi ancora profonda, confermano i dati del Cresa: l’occupazione è calata rispetto al terzo trimestre del 2014 è calata del 6,6 per cento.
Passando in rassegna le vertenze industriali l’ultima ad esplodere è quella della Magneti Marelli di Sulmona, che pur producendo pezzi delle delle nuove Alfa Romeo e il Ducato, che viene assemblato alla Sevel in Val di Sangro (Chieti), non riesce a godere del momento magico dell’automotive abruzzese, un de pochi punti fermi.
La produzione è in aumento, la speranza è che vengano riassunti prima o poi 88 operai sui 150 in stop forzato da anni. Intanto i 636 lavoratori sono con contratti di solidarietà da aprile, e sono 200 gli esuberi annunciati dalla proprietà.
Sempre a Sulmona, non a caso considerata epicentro di una delle aree di crisi abruzzesi, disperata è oramai la situazione per 136 operatori che la società si appresta a licenziare, gravata com’è da milioni di euro di debiti, dopo aver rifiutato la proposta di due mesi di cassa integrazione in deroga lanciata dal vice presidente della Regione Giovanni Lolli.
A L’Aquila, dove il cantiere della ricostruzione e i miliardi erogati da Roma riescono a fare da volano sono parzialmente e per determinati settori, fa ancora rumore il fallimento proprio di un ex colosso specializzato dell’edilizia industriale e civile, la Edimo Spa, dichiarata fallita ad inizio 2015 dal tribunale di Roma. Ad ottobre è scattata intanto la cassa integrazione guadagni straordinaria per 111 dipendenti.
Sempre per restare nel paradosso naviga in pessime acque anche per cementificio Sacci di Cagnano Amiterno, che dallo scorso anno opera in regime di concordato preventivo. Lo stabilimento occupa, al momento, 96 tra operai, impiegati e autisti. La speranza è che vada a buon fine l’acquisto da parte della Buzzi Unicem di Alessandria.
Futuro pieno di incognite anche per 140 lavoratori della Intecs, che ha rilevato il laboratorio di ricerca e sviluppo della Technolabs: dal prossimo gennaio, i contratti di solidarietà che hanno permesso all’azienda di andare avanti negli ultimi mesi, saranno pesantemente tagliati, e soprattutto si è ancora in attesa della presentazione di un piano industriale credibile, in grado di far ripartire le attività.
Incrociano le dita i 50 lavoratori dell’ex Otefal, dopo l’arrivo della Framiva Metalli di Varese, che ha salvato l’azienda che produce laminati in alluminio sull’orlo del baratro dopo l’abbandono del gruppo siriano Madar. In parte la produzione è ripartita e 44 operai riassunti, si attende ora l’entrata in funzione della fonderia, a giugno, affidata alla Feral Recycling di Chieti, dovrebbe far ripartire il reparto.
E arriviamo nella Marsica: qui la crisi picchia duro più che altrove. Sono decine le imprese chiuse ed oltre 2.000 i posti di lavoro persi negli ultimi 5 anni. Soprattutto nel settore agroalimentare, che nella Marsica rappresenta la quota del 20 per cento dell’intera regione.
Va meglio per le cartiere Burgo, che ad un passo dall’abisso, è stata avviata la riconversione puntando sugli imballaggi e la lavorazione industriale del cartone. Con la speranza di dare certezze ai circa 150 lavoratori, dei 300 che c’erano.
Altre aziende portanti dell’intero sistema produttivo marsicano tengono botta ma solo grazie ai contratti di solidarietà che prevedono una riduzione del monte ore e della retribuzione, secondo la formula “lavorare meno per lavorare tutti”.
È il caso dell’azienda più grande della provincia, la Lfoudry, 1.400 dipendenti, che produce memorie volatili.
E anche della fabbrica di acqua minerale Santa Croce, il cui amministratore unico, l’imprenditore molisano Camillo Colella, è stato inquisito per evasione fiscale. L’azienda in forte crisi, si è detta disponibile nel corso delle serrate trattative con i sindacati a mantenere al massimo 40 lavoratori, sui 75 attuali.
Il problema è però che con le nuove regole del Jobs act gli stipendi dei contratti di solidarietà rischiano diventare molto più leggeri degli attuali.



