CHIETI – “Da un lato abbiamo la politica che non cambia, che raccomanda e cerca il consenso elettorale attraverso le promesse di posti di lavoro in barba al merito; dall’altro, abbiamo l’Ikea, un gigante che, per fortuna, può permettersi di dire di no alla politica, tanta è la forza contrattuale, ma che allo stesso tempo rappresenta il mondo del lavoro di oggi, un vero e proprio miraggio. In mezzo ci sono loro, i lavoratori. Gli unici a pagare, in fondo, sono loro”.

Dopo la ‘ramanzina’ alla politica abruzzese che ha cercato con insistenza di raccomandare le tante persone alla disperata ricerca di un lavoro, in questo caso un’assunzione presso il nascituro stabilimento Ikea a San Giovanni Teatino (Chieti), il segretario regionale dei giovani dell’Italia dei valori, Riccardo Giampiero, torna sull’argomento.

“Ikea ha semplicemente chiesto ai politici abruzzesi di non interferire con le decisioni dell’azienda in merito alle assunzioni – dice ad AbruzzoWeb – cosa che evidentemente la politica nostrana non ha mai fatto. Spero che questo sia un messaggio chiaro per tutti”.

Le richieste per entrare a lavorare con la multinazionale leader mondiale nel settore dell’arredamento sono arrivate, a centinaia di migliaia, da tutta Italia. Un segnale dei tempi: per un posto da commesso dentro un enorme magazzino, tra biscotti svedesi e camere da letto fai-da-te, si presenta una folla infinita: 30 mila domande per 220 posti.

“La situazione in Italia –  commenta l’esponente dipietrista – anche in Europa, è purtroppo questa, ma è qualcosa che parte da lontano. La politica abruzzese anni fa non ha capito quanto fosse necessario un cambiamento dell’economia, alla luce della dismissione industriale che ha colpito la nostra regione. Oggi non si può fare nulla, o quasi. L’Articolo 18 di cui si parla tanto, in Abruzzo è scomparso da molto tempo, vedi i licenziamenti di Golden Lady e d Burgo, con i licenziamenti alla Sixt all’orizzonte”.

“Cosa andava fatto? Si doveva cambiare la struttura della nostra economia, puntare forte sul turismo e sulla cultura. Nel Chietino, come in tutto l’Abruzzo, si è scelto di non muoversi di fronte a una dismissione industriale irreversibile”, conclude.