L’AQUILA – “Qui tutti fotografano, ma nessuno ripara”.

Una vecchietta di Arischia, frazione dell’Aquila, accoglie con una sottile e amara battuta l’ennesimo turista delle macerie, che qui viene a provare l’emozione, da postare su Facebook, che si prova nel passeggiare tra i ruderi e il silenzio lasciti dalla devastazione post sisma del 6 aprile 2009.

La parte antica di Arischia, chiamata il “Colle”, come quelle di pressochè tutte le frazioni del capoluogo ancora non vede svettare le gru della ricostruzione, e tra queste rue deserte e invase dalle erbacce non si sente il rumore delle betoniere e dell’affacendarsi nei cantieri, eppure sono passati sei anni e mezzo.

Inutile l’attivismo degli abitanti che, in questi anni, hanno lanciato appelli, scritto a giornali, fatto venire troupe televisive, organizzato convegni.

Tra di loro Abramo Colageo, storico locale. Del suo paese conosce i segreti di ogni pietra e vicoletto, e per questo la ricostruzione ferma gli appare una ferita aperta e uno scandalo.

“A far male è l’indifferenza per l’importanza di questo borgo, oltre che per il diritto alla ricostruzione in tempi accettabili, per decine e decine di famiglie residenti – commenta – E anche le tante promesse dei politici, degli amministratori e degli uffici speciali della ricostruzione, che più volte hanno annunciato l’avvio imminente dei cantieri, l’arrivo dei fondi, lo snellimento delle procedure burocratiche, ma basta guardarsi intorno per toccare con mano che queste promesse non sono state finora mantenute”.

A rendere più pirandelliano il post-terremoto è stato anche il sequestro di numerosi moduli abitativi provvisori (Map), costruiti in emergenza per ospitare gli sfollati e che, secondo la procura della Repubblica dell’Aquila, sono stati realizzati violando le norme sulla sicurezza.

A questi sigilli ha fatto seguito l’altrettanto clamoroso sequestro, un anno fa, al progetto C.a.s.e. di Arischia, di decine di balconi, oggi inaccessibili, disposto dal giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila Giuseppe Romano Gargarella nell’ambito dell’inchiesta aperta dopo il crollo dai un balcone in legno, costruito con materiali scadenti dalla stessa ditta, crollo avvenuto al C.a.s.e. di Cese di Preturo.

Una ragione in più, per gli sfollati di Arischia, per sperare in un ritorno a casa il più veloce possibile.

LA SPERANZA DEL 13° ELENCO

Entro la fine di settembre, al massimo ai primi di ottobre, come garantito dall’assessore comunale alla ricostruzione Pietro Di Stefano, verrà pubblicato il tredicesimo elenco, con la “prenotazione di spesa per le schede parametriche parte prima degli aggregati di Arischia, assieme a quelli delle frazioni di Roio Poggio, Roio Piano, Camarda, e San Gregorio”.

Il che vuol dire che i fondi saranno garantiti per importanti isolati del paese vecchio, non appena gli uffici dell’Usra completeranno l’iter di approvazione delle schede parametriche parte seconda, ovvero il progetto definitivo e cantierabile.

Ci sono, però, alcuni problemi “tecnici” di accatastamento o proprietà non divise da decenni di non facile soluzione. Altra difficoltà è rappresentata dalle mancate maggiorazioni per le parti di “pregio” che la legge prevede solo per il centro storico della città ma non delle frazioni.

Inizierà a breve, poi, il cantiere per rifare campo sportivo, sopra cui era stata realizzata la tendopoli, e, dopo tante proteste, il cantiere della scuola, demolita in “emergenza” dalla protezione civile nell’immediato post-terremoto.

La ricostruzione di Arischia, comunque, nel cronoprogramma approvato nel 2013, inserita nella seconda fascia delle priorità, sarebbe dovuta partire quello stesso anno, per concludersi nel 2018, con una dotazione finanziaria calcolata in circa 98 milioni di euro. Un libro dei sogni, più che un cronoprogramma.

E a camminare per queste strade deserte diventa ora anche pericoloso, per chi ci vive come per chi ci viene a curiosare. Lungo una delle vie principali e aperta al traffico delle auto, le corde di acciaio che imbragano il palazzo comunale del ‘600, per esempio, si sono con il tempo allentate, i puntellamenti di legno oramai usurati e sfibrati dalle intemperie e dal passare delle stagioni, si sono distaccati dal corpo dell’edificio.

“Possiamo dire che ora è il palazzo a sorreggere i puntellamenti, e non viceversa. Basterebbe una scossa di terremoto, anche di non grande entità, per far crollare tutto”, l’allarme dell’esperto.

E mentre Colageo tira, come un fosse un elastico, un cavo di acciaio per rendere evidente la sua inutilità, due bambini scorrazzano spensierati con le biciclette sotto il palazzo.

LA CHIESA “TESORO” DELLA FRAZIONE

Tra le opere di ricostruzione più attese e più volte annunciate come imminenti c’è poi quella dell’abbazia di San Benedetto, nel centro del paese vecchio, con la sua splendida chiesa romanica.

Si tratta del tesoro più prezioso di Arischia: eretta nel 1157, distrutta dal terremoto del 1349, ricostruita nel 1370, nuovamente distrutta nel 1703 e rifatta a tre navate nel 1715. Ancora una volta devastata dal terremoto del 2009. I fondi per l’ennesima ricostruzione ci sarebbero, 1,7 milioni dell’8 per mille stanziati dal ministero alla Chiesa cattolica. Ma la burocrazia ha rallentato l’iter.

Interdetta agli umani, la chiesa è ora frequentata dai piccioni, che si introducono dalle parti crollate del tetto, e il loro guano ricopre l’abside, l’altare, il tabernacolo, le statue di una delle chiese più importanti dell’Aquilano.

Colageo rileva che “l’attenzione che meriterebbe questa chiesa non dipende solo dal suo valore artistico e ed architettonico. Racchiude anche la nostra memoria storica. Il 2 febbraio del 1703 il giorno della candelora ed del terribile terremoto, la chiesa crollò e morirono 300 persone che proprio in quel momento pregavano anche Sant’Emidio, preoccupati dalle scosse che da oltre un anno tormentava il territorio, e che allora come oggi anticiparono la scossa fatale. Si tramanda di generazione in generazione ancora oggi, la terribile immagine del sangue che sgorgava dal portone della chiesa, e come una cascata lungo la scalinata invadeva la piazza del paese”.

Poco lontano c’è, o meglio c’era, lo storico Rione Fossato, decine di abitazioni agropastorali, tutt’intorno a piazza Beccia. Restano ora solo mozziconi di pietra che ricordano un’area archeolgica, con le banali piastrelle dei bagni a cielo aperto che sono assurte a vestigia di un passato che sembra lontanissimo.

Il sisma ha devastato questa parte del paese, l’opera, però, l’hanno completata le ruspe, che hanno raso al suolo e rimosso le macerie dell’intero rione, non risparmiando, protesta a distanza di anni più di un paesano, anche le poche abitazioni rimaste in piedi e quelle di pregio, che forse potevano essere recuperate.

“QUI ERAVAMO E QUI TORNEREMO”

Sui pannelli di legno che delimitano l’area una scritta: “Qui eravamo e qui torneremo”, e poi i cognomi delle famiglie che qui vivevano prima del terremoto, come i Beccia, i Curio, i Cacchio, i Capannolo, i Martellucci, i Testone, i Barone, i Salomone e i Pesce, E anche qualche soprannome e nomignolo.

“Ogni anno, a luglio – spiega Abramo – i residenti si ritrovano nella loro piazza e fanno una cena all’aperto a base delle antiche ricette contadine dell’Alto Aterno, quest’estate hanno partecipato 150 persone”.

Gli anziani raccontano le tante storie e aneddoti che hanno avuto questo rione come teatro. E sono forse i più determinati a voler vedere ricostruito il luogo dove hanno sempre vissuto, e tutto il loro paese.

Camminando nel borgo, si scopre che però qualcosa è stato ricostruito. È il cinquecentesco palazzo che fu residenza nei secoli degli Alfieri, nobile famiglia aquilana, quartier generale dei Borboni del 1799 all’arrivo dei francesi di Gioacchino Murat.

Decisivo, si dice in paese, il personale interessamento del critico d’arte Vittorio Sgarbi. Chissà se anche lui è inorridito nel vedere poco lontano alcune abitazioni in prossimità del centro storico rintonacate con colori e tonalità a dir poco improbabili.

Merita una visita anche piazza Cani, dall’altra parte del paese vecchio. Colageo mostra appesi a palazzi pericolanti delle balconate in legno di assoluta bellezza.

“Sono di origine longobarda, risalgono al 700 dopo Cristo, hanno un valore enorme, e si rischia di perderli per sempre”. Il nome di Arischia si appassiona Colageo, “viene del resto dall’antica lingua longobarda, hari-sculca, da harimann, capo di un distaccamento militare e sculca, posto di vedetta”.

E non solo. C’è anche un passato saraceno nei dettagli di questo borgo. Sopra una portone di una casa pericolante c’è infatti uno stemma di Arischia molto ben scolpito, e affianco alla mano benedettina c’è la mezzaluna islamica. Poco lontano una bici arrugginita abbandonata tra le macerie, e che diventa pian piano anche lei il reperto archeologico di una vita lontana.