L’AQUILA – Con quelle che stanno interessando l’Italia centrale sembrano non entrarci niente, nonostante i timori derivati dall’apertura di un “vulcanello” che eruttava creta dopo il terremoto del 30 ottobre, ma con le scosse che si sono registrate in alcune aree degli Stati Uniti d’America le operazioni di trivellazione petrolifera paiono avere una stretta correlazione.

L’ipotesi che fino ad oggi sembrava destinata a restare relegata tra le bufale della rete inizia a trovare spiragli di fondamento scientifico dopo che alcuni esperti hanno messo in correlazione le scosse all’attività di estrazione, mentre è ancora tutta da dimostrare la tesi di Michael Yuri Janitch che tende a mettere in correlazioni forti eventi da una parte all’altra del pianeta.

A Cushing, in Oklahoma, uno dei crocevia mondiali del petrolio, dall’inizio dell’anno ad oggi ci sono stati tre terremoti, il più forte il 3 settembre di magniduto 5.8 che ha distrutto case e provocato feriti.

La ricercatrice abruzzese Maria Rita D’Orsogna, storica attivista ambientale, dal suo blog ha rilanciato lo studio di William Ellsworth, professore di geofisica a Stanford, pubblicato su Science a settembre 2016 e, prima ancora, nel 2013.

“Tutto inzia il 17 maggio 2012, a Timpson, Texas, quando un terremoto di magnitudo 4.8 colpisce una città che di terremoti non aveva mai sperimentato niente – scrive la D’Orsogna -. Stavano qui facendo reniezione di monnezza petrolifera a grandi volumi in quattro pozzi. Avevano iniziato nel 2005 e l’attività era stata massima fino al 2007. Si arrivava anche a 800 milioni di litri di robaccia all’anno”.

“I geologi sospettarono che ci fossero legami fra le due cose: la reiniezione di acqua tossica e il terremoto pià forte mai registrato a Timpson. Ellsworth si mise al lavoro. A settembre il responso delle sue ricerche”.

In pratica la procedura di smaltimento di enormi quantità di acque reflue attraverso la loro reiniezione nel sottosuolo, causa scosse di terremoto. Si tratta di quantità talmente alte da riuscire a modificare la pressione dei fluidi nelle rocce fino a destabilizzare eventuali faglie attive nel sottosuolo.

“Insieme agli idrocarburi, sia durante l’estrazione convenzionale che con il fracking necessario per lo sfruttamento di giacimenti di gas in sedimenti argillosi, viene fuori molta acqua, ricchissima di sale e contaminanti: depurarla sarebbe impraticabile allora si decide di smaltirla a profondità di 2-4 chilometri in rocce molto permeabili al di sotto dei giacimenti da cui sono estratti gli idrocarburi”, ha spiegato a Repubblica Luigi Improta dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

In Oklahoma e Texas è stato registrato un costante ed esponenziale incremento di terremoti negli ultimi anni. Non solo, la riduzione di pressione e volume dell’acqua operata dai petrolieri su richiesta della popolazione è coincisa con una leggera riduzione del numero di scosse.

Secondo l’Usgs, l’Istituto geologico statunitense, l’attività estrattiva è legata alle scosse avvenute negli ultimi anni anche in Arkansas, Colorado, New Mexico, Ohio e Virginia.

Si tratterebbe di eventi indotti anche in alcuni casi di terremoti in Canada e Uzbekistan, mentre sarebbero ancora privi di fondamento scientifico ipotesi del genere per gli eventi registrati in Italia. Tranne che per lo sciame di microterremoti registrato in Val d’Agri che si ebbe nel 2006 appena iniziarono iniezioni d’acque reflue nel pozzo dell’Eni, come confermato dallo stesso Ingv.

In Texas, “Ellsworth e colleghi – spiega la D’Orsogna – hanno mostrato che i pozzi di reinzione più vicini alla superificie (800 metri) erano separati dagli strati tettonici più profonda grazie ad uno strato intermedio di roccia impenetrabile. Cioè lo ‘stuzzicamento’ non era stato in grado di perturbare la roccia più profonda dove nascono terremoti grazie a questa sorta di barriera naturale”.

In Italia, comunque, “i volumi di acque reflue iniettati nei giacimenti, rispetto al Midwest, sono irrisori”, ha detto Improta.

E anche la ricercatrice abruzzese, che ha condotto un lavoro certosino su tutte le concessioni petrolifere sulla fascia appenninica degli ultimi trent’anni, tende ad escludere correlazioni tra gli eventi sismici che interessano l’Italia centrale e le prospezioni geofisiche, nonostante ribadisca la propria contrarietà alle trivellazioni

Ha un crescente appeal sulla rete, intanto, Michael Yuri Janitch, un giovane americano del Missouri che attraverso il suo sito Dutchsinse tiene costantemente aggiornati i numerosi utenti, ultimamente soprattutto italiani, che lo seguono con una certa attenzione.

Janitch sostiene di essere in grado di prevedere i terremoti, e tra chi lo segue assiduamente c’è chi sostiene che abbia pubblicato un aggiornamento parlando di un possibile forte evento nel centro Italia il 21 agosto, proprio tre giorni prima del violento sisma che ha distrutto Amatrice, Accumoli (Rieti) e altri paesi tra Lazio, Umbria e Marche.

Nel video visibile ancora oggi su Youtube indicava una serie di cerchi presenti su un planisfero corrispondenti ad aree dove erano da poco avvenuti dei terremoti, affermando che “dobbiamo aspettarci una grande forza qui nel centro Italia a est di Roma nei prossimi due giorni”.

Stessa cosa sembra sia accaduta il 25 ottobre, quando ventiquattr’ore prima delle scosse che hanno interessato la Valnerina avrebbe profetizzato gli eventi in un altro video.

E se le presunte previsioni sono molto generiche, visto che aveva affermato che “il Sud Europa, l’Italia e l’area mediterranea vanno monitorati riguardo a un potenziale devastante terremoto nelle prossime 48-72 ore”, la teoria che vi è alla base non può non destare curiosità e attenzione.

L’imminente forte terremoto infatti Janitch lo metteva in correlazione con “un nuovo, molto profondo e raro terremoto di M5.8 che si è appena verificato al di sotto della fascia Ovest della costa italiana”, un evento che tuttavia non sarebbe stato registrato dai sismografi di nessun Istituto, affermando che “Normalmente, a terremoti che colpiscono in profondità seguono forti movimenti tellurici nell’area circostante. (fino a 1.000 chilometri a partire dal punto di propagazione iniziale, epicentro profondo del terremoto)”.

“Questo nuovo terremoto profondo di M5.8 molto probabilmente causerà uno sciame sismico nella zona centrale dell’Italia, che aumenterà in magnitudo e frequenza (numero di terremoti)”, aggiungeva il 28 ottobre, due giorni prima del terremoto di Norcia (Perugia).