L’AQUILA – “L’agrivoltaico è oggi un po’ l’uovo di colombo: sopra pannelli i fotovoltaici che producono energia elettrica, e sotto si può continuare a coltivare, senza sottrarre il terreno fertile all’uso agricolo, diversificando e incrementando le entrate delle aziende. Una grande opportunità da una parte, un rischio però da non sottovalutare dall’altro, senza verifiche e controlli: quello degli agricoltori che si trasformano in produttori di energia, e sotto i pannelli in realtà coltiveranno poco e male, o nulla”.

E’ arrivato giovedì scorso il via libera, dal Consiglio dei Ministri, alla legge regionale abruzzese per le aree idonee destinate agli impianti per le produzione di energia rinnovabile, in primis pale eoliche e fotovoltaico, necessari a centrare l’obiettivo di 2.092 gigawatt di produzione nel 2030 in Abruzzo. Il piano regionale ha però già suscitato levate di scudi di sindaci e comitati, che temono la devastazione paesaggistica, nonostante i vincoli e le distanze dai centri abitati, il divieto riguardante le aree protette e altri siti sensibili, contemplate nell’elenco delle aree non idonee.

Abruzzoweb ha dunque inteso sentire il parere di un esperto in materia, Ivano Scotti, ricercatore di sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Napoli Federico II, esperto di politiche energetiche, affrontando l’argomento, di grande attualità, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sociologico, perché in ultima istanza le politiche energetiche vanno sempre calate in contesti storici, economici e politici, e da questo dipende il punto di caduta, i vantaggi e gli svantaggi, il favore o le resistenze delle comunità locali. Scotti ha partecipato in Abruzzo ad un ciclo di incontri organizzato dal progetto Stai finanziato da ActionAid International e con partner il Parco Naturale Regionale Sirente Velino, Gran Sasso Science Institute Università degli Studi dell’Aquila UniTe, Università degli Studi di Teramo, Orsa Maggiore Trekking, Ambiente Te.Co – Territorio & Comunità, Comune di Fagnano Alto. Comune di San Demetrio Ne’ Vestini e Comune di Tione degli Abruzzi.

Il focus viene qui posto in particolare sull’agrivoltaico, ovvero sugli impianti alti in media due-tre metri che possono, anzi debbono essere collocati, a differenza di quelli tradizionali, per i quali vige il divieto della recente normativa, su terreni agricoli, consentendo la produzione sotto di essi. Sono già numerosi progetti presentati: in Abruzzo, da 20-50 ettari con punte di 400 ettari per singolo impianto, e che, si protesta, stravolgeranno in ogni caso il paesaggio, imponendo colture compatibili con la scarsa illuminazione, a discapito delle colture tradizionali.

“Quella dell’agrivoltaico in Italia – spiega dunque Scotti -, è una tecnologia relativamente nuova, ed ancora poco diffusa: finora copre l’1% degli impianti, ma si prevede ora importante crescita, sulla spinta del Pnrr e dell’obiettivo europeo della riconversione energetica, se si cerca sul sito della Verifica di impatto ambientale del Ministro si contano, dal 2021, più di 1.000 progetti proposti per ottenere l’approvazione, ma, è bene dirlo, per ora hanno ottenuto parere positivo solo il 10%. Ci sono inoltre gruppi associativi che fanno pressione per promuovere l’agrivoltaico, come Italia Solare, ma anche l’Associazione italiana agrivoltaico sostenibile, in cui sono coinvolte università, imprese, associazioni di categoria e ambientaliste”.

L’agrivoltaico è dunque presentato come una grande opportunità per gli agricoltori perché, oltre a produrre energia, diversifica il reddito, stabilizzando le entrate aziendali e riducendo i rischi derivanti dalle crescenti incertezze del settore.

Spiega però Scotti: “esattamente queste erano le intenzioni del legislatore, delle associazioni e imprese che vogliono incrementare il numero di questi impianti. Dal mio punto di vista occorre però anche indagare su come si cala questa innovazione nel contesto socioeconomico, storico e politico. Occorre valutare ruolo e forza degli attori in gioco, perché non è detto che quel tipo di tecnologia vada effettivamente nel verso che tutti auspichiamo. Il rischio può essere infatti che i progetti agrivoltaici, invece di aiutare la produzione agricola effettiva, la rendano minoritaria ed irrilevante. Questo può accadere in aree agricole particolarmente in crisi, dove c’è un terreno che rende poco e non regge alla competizione globale, dove abbiamo una popolazione tendenzialmente anziana di agricoltori, e dove c’è il problema del cambio generazionale, perché i figli non sono interessati a proseguire l’attività agricola dei padri”.

In questi contesti sociali ed economici, anche in Abruzzo, avverte Scotti, può accadere che “se arriva un’azienda che propone ad un agricoltore un impianto agrivoltaico e offre, ad esempio, 1.200 euro ad ettaro, come diritto di superficie per l’impianto, mentre quello stesso ettaro coltivato ad esempio a grano rende 500 euro, si suppone che l’agricoltore, legittimamente, dirà di sì. Però poi può accadere che produrre o non produrre sotto quei pannelli il grano, o altre colture, diventi meno rilevante per l’agricoltore. Certo, continuerà a farlo, perché lo impone la normativa, sono infatti previste verifiche anche nel rispetto delle indicazione delle Linee guida e di quanto riportato nelle Regole operative del Gse, per la quale la produzione deve essere mantenuta, se si vogliono ottenere incentivi da parte di chi realizza l’impianto. Quell’agricoltore potrebbe però curarsi sempre meno della quantità e della qualità del prodotto, visto che la sua maggiore entrata saranno i proventi della concessione della superficie e da varie attività a servizio dell’impianto, come ad esempio pulire i pannelli”.

Bisogna anche sapere poi che i pannelli fotovoltaici possono ombreggiare eccessivamente la coltura, aumentare il grado di umidità, diminuire la temperatura e l’insolazione, incidendo sulla qualità e quantità finale.

“Per ovviare a questo rischio – spiega dunque Scotti – ci sono varie soluzioni tecniche, ad esempio i pannelli che si muovono in funzione del sole, impianti progettati per consentire il passaggio sottostante dei mezzi agricoli, ad esempio delle mietitrici nei campi di frumento. Ci sono anche sistemi di monitoraggio sulla presenza degli insetti impollinatori, e per garantire l’ottimale livello di consumo idrico. Ma sono accorgimenti tecnologici da applicare caso per caso, e non è detto che siano economicamente vantaggiosi o sostenibili, dipende molto dai contesti, l’agrivoltaico dovrebbe essere una tecnologia da sviluppare con modalità che molti definiscono sartoriali, su misure ai contesti”.

C’è poi un altro dato, economico ed anche sociologico: l’agrivoltaico più vicino ad una tecnologia a servizio dell’agricoltura, come del resto il fotovoltaico sui tetti delle abitazioni, ad uso domestico, come pure sui capannoni industriali, è tendenzialmente più diffuso in Nord Italia, rispetto al Sud.

“E’ un dato significativo: nelle aree del Mezzogiorno, dove l’insolazione è maggiore, il grosso dei megawatt installati si riferisce a grandi parchi fotovoltaici a terra. Se prendiamo invece gli impianti a servizio delle utenze sui tetti o sopra i capannoni industriali, questi sono più diffusi a Nord, dove però il sole è meno forte, meno produttivo. Lo stesso vale per l’agrivoltaico, ad eccetto di alcune aree del Mezzogiorno, i progetti di taglia più contenuta sono particolarmente presenti in aree agricole più strutturate e competitive, come quelle di alcune regioni del Centro-Nord. Certamente c’è anche una ragione demografica: la Lombardia rispetto alla Basilicata ha più popolazione e quindi numericamente lì ci sono più impianti, ma in quelle aree dove la capacità di spesa è maggiore così come la propensione agli investimenti, oltre a una culturale dell’innovazione, è ragionevole attendere dagli imprenditori l’utilizzo del tetto del loro capannone per la produzione fotovoltaica”.

“Da sociologo il mio interesse è capire ancora più a fondo le ragioni di questa differenza. Una ipotesi da indagare è se esistano condizioni nel meridione per cui tradurre quelle tecnologie in maniera utile alle aziende e alle famiglie sia più complesso, banalmente anche per difficoltà di spesa e minore propensione all’innovazione, e come sia possibile cambiare questa situazione. Va anche detto però che oramai gli impianti domestici sono diventati in termini di costi vantaggiosi: 3 kilowatt di fotovoltaico più batteria da 5 kilowattora, standard idoneo per il fabbisogno di una famiglia, in base ad alcune offerte già sul mercato è inferiore ai 10 mila euro. Un investimento forse non per tutti, certo, ma fattibile”.