L’AQUILA – Riforma della giustizia e abolizione dell’abuso di ufficio: pioggia di consensi  per il ministro della giustizia Carlo Nordio  da parte  degli avvocati aquilani. Il  reato di abuso di  ufficio secondo il ministro è da abolire in quanto “reato evanescente che complica le cose”.  Secondo i legali la sua iniziativa “è una scelta di campo significativa”  ma anche che ” i pm hanno esagerato”.

Il reato di abuso di ufficio (323 cp) punisce l’illegittimità di un atto amministrativo e può essere commesso da un  pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che produce un danno o un vantaggio patrimoniale illecito. Dentro il provvedimento di riforma ci sono, tra le alte cose, limiti alla diffusione all intercettazioni, freni ai pm in caso di appelli per chi è assolto il primo grado, informazioni di garanzia più chiari e meno generici.

Per molti magistrati, invece, l’abolizione  di questo  reato  darebbe il via libera ai tanti faccendieri.  Gli avvocati aquilani, dunque,  sembrano fare  fronte comune a favore dell’intera manovra del ministro ma sono  critici sulla  riforma Cartabia, in vigore da 4 mesi, che mira a velocizzare i tempi,  non riscuote grandi consensi ma è fonte di dubbi difficili da dissipare

“L’intenzione è buona”, commenta Gianluca Totani, responsabile  Osservatorio  informatizzazione del processo dell’Unione delle Camere penali italiane, in riferimento alle scelte di Nordio, “perché vuole attribuire alla responsabilità di un organo collegiale la decisione sulla libertà, il che garantirebbe contraddittorio in camera di consiglio e, dunque, maggiore ponderatezza e riflessione. Nel contempo, c’è il rischio di una enfatizzazione della prognosi di colpevolezza fondata sulla gravità indiziaria nel caso di applicazione della misura custodiale proprio perché proveniente da un organo collegiale. Potrebbe così essere più difficile ottenere una riforma del provvedimento adottato”.

“L’interrogatorio di garanzia prima della misura cautelare, a meno che non sussista pericolo di fuga o di inquinamento delle prove consente una difesa anticipata, ma le deroghe, che riguardano in alcuni casi anche il pericolo di reiterazione del reato, potrebbero permettere di aggirare l’intento del legislatore. La limitazione del potere di appello dei Pm avverso le sentenze di assoluzione è positiva ma il governo avrebbe dovuto avere maggiore coraggio, perché la riforma dovrebbe valere per tutti i reati. Sulle intercettazioni cambia poco i nulla sia in punto di divieto di pubblicazione sia sotto il profilo sanzionatorio per viola la norma, per cui nessun “bavaglio” alla stampa. Positivo, invece, l’intervento su abuso di ufficio e traffico di influenze, reati che non producono sentenze di condanna e finiscono per mettere la politica sotto il controllo delle Procure”.

“Il reato di abuso di ufficio”, commenta l’avvocato Ascenzo Lucantonio, ex presidente dell’Ordine degli avvocati dell’Aquila, “è un reato non tipizzato e troppo esposto alla discrezionalità del pm. Se poi consideriamo che nel 99 per cento dei casi, stando alle statistiche, si sono delle assoluzioni, l’abolizione non mi pare fuori luogo”.

“Se le procure”, dice al riguardo l’avvocato Antonello Carbonara, ex presidente dell’Ordine, “fossero state più obiettive in certe valutazioni non si sarebbe arrivati all’ipotesi di abolire questo reato. Questo  atteggiamento ha indotto una sorta di calo di “vocazioni” tra coloro che devono firmare gli atti come, per l’appunto, i sindaci. Di qui l’occasione persa e una riforma che passa sopra i magistrati”.

“Perfettamente d’accordo con  Nordio”, dichiara Paolo Vecchioli, presidente dell’Ordine dal 2004 al 2007,” quel reato è una bolla di sapone e non  serve semmai bisognerebbe rimodularlo. Il ministro, del resto, ha dato ascolto a sindaci e amministratori che non ne potevano più. Anche le intercettazioni sono una barbarie e non è vero che si mette il bavaglio alla stampa. Un conto sono i fatti privati che devono restare tali, un altro  le conversazioni  legate ai reati. Comunque sarebbe il caso che alcuni  pm  la smettessero di fare i sacerdoti e forse le cose sarebbero andate meglio”.

“Si è appena materializzata una “riforma”, che se ne affaccia prepotentemente una nuova, la proposta, certo solo tale, della riforma “Nordio”, commenta Stefano Rossi, presidente della Camera penale dell’Aquila, “oggi lodevole perché pare ispirata a quella che si deve continuare a ritenere via maestra nel lento processo di modernizzazione del diritto penale, ossia una più incisiva e vasta depenalizzazione, invece osteggiata, più o meno consapevolmente da un legislatore vittima e autore di quella che oggi viene sempre più diffusamente individuata come l’ipertrofia del diritto penale.E può essere eloquente esempio di tale spirito proprio la programmata abrogazione del delitto di abuso di ufficio, vera e propria norma penale in bianco territorio di scorribande di un legislatore talora poco sensibile ai princìpi che devono sostenere il processo penale non solo in ottica di costituzionalizzazione. Certo è un solo reato, ma la scelta è significativa e, per chi scrive, condivisibile, sicuramente frutto non di opportunità politiche, bensì, come accennato, di adesione a principi sovrani del processo penale”.

In relazione alla precedente  riforma Cartabia questo è il suo giudizio. “Premesso che i problemi del processo civile non sempre coincidono con quelli del processo penale e laddove si manifestino identità e affinità, come nel caso della oramai cronica lentezza dell’uno e dell’altro, il  coinvolgimento del cittadino, il suo interesse al fenomeno si rivela assai sensibile nel primo caso, caratterizzato dalla inevitabile frequente frustrazione delle sue aspettative, della sua legittima domanda di giustizia, più affievolito nel secondo, laddove il tempo è dimensione estranea a chi sia estraneo al processo e, addirittura, mezzo di difesa per l’intraneus,  l’imputato, come nel caso della prescrizione del reato, istituto sacrosanto ma per lo più analizzato dall’extraneus piuttosto qualunquisticamente e dall’addetto come vizio di un sistema da correggere per ragioni “politiche”.

“Detto ciò, appare inevitabile rilevare che il nostro legislatore penale pare afflitto da una sindrome riformistica tutt’altro che secondaria, quasi ossessiva, sol che si consideri (fonte UCP, prof. Mazza) che dall’entrata in vigore della riforma per eccellenza, il codice Vassalli, ossia il nuovo codice di procedura penale, in trent’anni di sua vigenza sono stati promulgati 1.352 interventi di riforma, in media 45 all’anno, 4 al mese, uno la  settimana, il che sta a significare o che il “nuovo” codice contiene più o meno significativi errori, ovvero che la sua applicazione si è imbattuta in una frequente attività fortemente derogatoria o che si deve ritenere inevitabile un conflitto tra norma e sua applicazione.

“Orbene, si tratterebbe di capire se anche la recente, spesso frettolosamente celebrata, “Riforma Cartabia” si debba iscrivere in una di tali categorie critiche ovvero se ci si trovi di fronte a una vera radicale revisione di istituti non adeguati alla esigenza di giustizia e conformi ai principi oggi consacrati nel nuovo art. 111 della Costituzione, il “giusto processo”.

“Un approccio certo non esaustivo”, aggiunge l’autorevole penalista, “ma nemmeno così superficiale rivela una tendenza a una sostanziale “privatizzazione” del processo, proposta e ottenuta attraverso la dilatazione dei riti alternativi, di meccanismi conciliativi, quasi una delega alle parti private della giustizia penale, certo di una quota significativa di essa soprattutto nell’area della cosiddetta  giustizia minore, con la collocazione, invece vagamente contradittoria, degli adempimenti procedimentali nella griglia di un processo telematico, in un sistema fortemente meccanizzato il cui obbiettivo appare quello di garantire non il giusto processo, del quale è presidio ineludibile il pieno contraddittorio, bensì l’efficienza funzionale degli uffici. Ci sarà tempo per una verifica sul campo; oggi si materializza il timore di una forse parziale ma significativa resa della giustizia vera a esigenze di mera funzionalità dell’apparato.E’ condivisibile, allora, il pensiero di chi si appella alla semplice “legalità processuale” per garantire sia il minimo di efficienza del processo, sia il rispetto dei principi”.

“La riforma del processo civile e penale, ormai nota come “riforma Cartabia” ha inciso in modo rilevante su molti istituti del processo civile e penale costringendo avvocati, magistrati e personale di cancelleria e dell’ufficio del processo ad uno sforzo formativo ed informativo reso ancora più impellente dall’anticipazione dell’entrata in vigore di parte della riforma stessa dal 30 giugno al 1 marzo 2023”.

Queste, invece, le valutazioni sulla riforma Cartabia  del presidente dell’Ordine degli avvocati dell’Aquila, Luisa Leopardi prima  donna aquilana dopo 100 anni a rivestire quel ruolo importante.

“Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati dell’Aquila”,afferma” attraverso la Commissione Formazione, ha predisposto per gli iscritti un’offerta formativa di altissimo livello, con la collaborazione di Professori Universitari, esperti di Processo Civile Telematico e Magistrati. La Commissione Penale ha lavorato alla stesura di un protocollo con la Corte d’Appello per l’applicazione delle nuove pene sostitutive; l’Organismo di Mediazione si è dovuto dotare di una apposita piattaforma per osservare la conservazione degli atti e la mediazione telematica previsti nella riforma del D.L. 28/2010; anche gli Uffici del Giudice di Pace stanno sperimentando il processo civile telematico e l’Ordine sta partecipando a tale sperimentazione; la Commissione Formazione ha organizzato un corso per delegati alle vendite immobiliari per i propri iscritti su delega del Consiglio Nazionale Forense; ci si prepara a una riforma radicale del processo minorile e della famiglia”.

“Una riforma così complessa e articolata, che non ha risparmiato nessuna branca del processo e nessun ufficio, avrebbe avuto bisogno di essere sorretta da un’altrettanto coraggiosa riforma ordina mentale: è necessario intervenire sul numero dei magistrati e dei loro collaboratori in modo strutturale per consentire un programma preciso di smaltimento del pregresso e di gestione delle nuove istanze”, ha concluso.

“L’obiettivo ambizioso della Riforma Cartabia di ridurre i tempi e l’arretrato dei processi civili del 55-65% entro la fine del 2024 e del 90% entro la metà del 2026 resta tale se non aumentano le risorse di mezzi e di personale di magistratura ed amministrativo”.Lo afferma Carlo Peretti, ex presidente dell’Ordine degli avvocati e presidente della Camera civile.

“Per carità, le novità sugli incentivi fiscali a sostegno della mediazione, il tentativo obbligatorio
di mediazione alle controversie nei rapporti di durata, l’estensione della negoziazione assistita alle
cause di lavoro, la possibilità di riconoscere un assegno di divorzio in unica soluzione, l’istituzione
dell’Ufficio del processo per fornire un supporto operativo ai magistrati per migliorarne la
produttività sono condivisibili, come lo è la soppressione nel giudizio di appello di formalismi inutili,
o il rinvio pregiudiziale alla Corte di Cassazione soprattutto per le cause seriali come (anatocismo)”.
“La riforma, per conseguire l’obiettivo di contrarre i tempi di trattazione delle cause civili
attraverso la concentrazione dei termini processuali, rischia di sacrificare il diritto di difesa
garantito dall’art. 24 della Costituzione soprattutto per i giudizi più complessi che richiedono un esame più approfondito che non può essere subordinato alle decadenze processuali o a forme specifiche redazionali e grafiche che pur non comportando l’invalidità dell’atto può essere valutato dal giudice ai fini della decisione sulle spese del processo”.
“Tutti siamo d’accordo che i processi debbano essere giusti e brevi, ma è onesto affermare
che i ritardi non si colmano solo con le riforme o con l’introduzione di alcuni meccanismi di intento
deflattivo quando il numero dei giudici che istruiscono i processi e scrivono le sentenze è
insufficiente per la definizione del “monte” enorme delle cause civili”.