L’AQUILA – “E’ una giornata che ha diritto di fare notizia”, così sentenziò nell’aprile 2014 l’allora governatore Luciano D’Alfonso, nell’annunciare lo stanziamento e gli imminente bando di gara per il restauro del settecentesco Palazzo Centi dell’Aquila, gravemente danneggiato dal sisma, la più alta espressione del barocco aquilano, sede prima del sisma dell’aprile 2009, della giunta Regionale, monumento nazionale dal 1902.
Dopo sette anni, purtroppo, a fare notizia è invece che sono al palo da dicembre 2021 i lavori, cominciati dopo tanti ritardi burocratici e vicende processuali, solo a novembre 2020, dal valore di 6,6 milioni di euro, e con conclusione prevista a giugno 2023.
È accaduto infatti che la General Costruzioni srl, impresa molisana che si è aggiudicata i lavori con un appalto integrato, che ha previsto sia la progettazione che l’esecuzione, con un ribasso del 35%, al termine di una lunga ed estenuante battaglia giudiziaria, ha fermato maestranze, betoniere e gru, perché chiede alla Regione Abruzzo riserve per ben 2 milioni di euro.
Necessarie per andare avanti, ha spiegato l’impresa, in quanto durante il cantiere sono emersi ulteriori interventi per il restauro di affreschi e il consolidamento delle volte, i cui costi non sono contemplati nel progetto definitivo.
Una tegola non prevista, che ha generato il contenzioso tra ditta e stazione appaltante, la Regione Abruzzo, con rup il dirigente del dipartimento Infrastrutture, Vittorio Di Biase.
Per trovare il bandolo della matassa, è stata dunque istituita una commissione incaricata di valutare la legittimità e congruità della richiesta di integrazione economica.
L’accordo potrà scaturire all’esito di una perizia volta a stabilire la consistenza e il costo degli interventi sugli affreschi, che non erano stati preventivati e di altri interventi. A quel punto la Regione Abruzzo dovrà prendere una decisione, ovvero se sborsare o meno i due milioni di euro, chiedendo un ulteriore finanziamento statale, a valere sul budget della ricostruzione.
.Ma non è tutto: il direttore dei lavori, Monica Cirasa, funzionaria dell’ufficio Ricostruzione e Manutenzione del dipartimento Risorse, ha comunicato ufficialmente la sua rinuncia all’incarico, essendo già impegnata in altri cantieri di competenza regionale, spiegando che per un’opera così importante e complessa come la ricostruzione di Palazzo Centi, occorre un direttore dei lavori a tempo pieno e dedicato in via esclusiva.
Ora dunque andrà cercato un sostituto, anche tra professionisti esterni, con ulteriore ritardi nelle tempistiche già ampiamente saltate, visto che all’avvio del mega cantiere erano stati previsti 2 anni e mezzo per restituire chiavi in mano il palazzo nel suo splendore e accresciuta funzionalità, con il restauro della prestigiosa sala della “Castellina”, uno dei punti più alti e panoramici della città, per le riunioni di giunta, della “Sala rossa”, sede della presidenza, e della “neviera”, scoperta nei sotterranei nel post sisma.
Del resto la ricostruzione di Palazzo Centi, come altri edifici pubblici aquilani danneggiati dal sisma, è nata sotto una cattiva stella: dopo anni di ritardi, cambi della stazione appaltante – dopo un braccio di ferro passata dal Provveditorato alla Regione – continui annunci di inizio dei lavori da parte dell’ex governatore Luciano D’Alfonso, la gara d’appalto per Palazzo Centi è stata avviata solo nel 2015, ben sei anni dopo il sisma, e aveva visto la partecipazione di 30 aziende.
Dopo alcune verifiche amministrative, il 29 giugno 2017 la dirigente del servizio Patrimonio immobiliare Eliana Marcantonio ha aggiudicato l’appalto alla General Costruzioni srl di Isernia per un importo di 6.626.557,17 euro con un ribasso del 35,017%.
E’ accaduto però che nel settembre 2017, a causa del ricorso della Cingoli Nicola & Figlio srl, seconda classificata, il Tribunale amministrativo abruzzese aveva disposto la sospensiva dell’affidamento all’azienda vincitrice, per poi rigettare il ricorso stesso. Sentenza confermata a settembre 2019 dal Consiglio di Stato.
A complicare ulteriormente le cose, e a ritardare ulteriormente l’avvio dei lavori, la maxi inchiesta della Procura della Repubblica dell’Aquila, deflagrata nel 2016, su presunti favoritismi nell’appalto con trenta indagati che si è conclusa con l’archiviazione nel settembre del 2018.
Ad essere coinvolti trenta tra tecnici, imprenditori e amministratori della Regione Abruzzo, tra cui l’ex presidente Luciano D’Alfonso, il suo segretario particolare Claudio Ruffini e i dipendenti Giancarlo Misantoni, Carlo Giovani, Roberto Guetti e Silverio Salvi, ed ancora l’ex dirigente dei beni culturali, Berardino Di Vincenzo, suo figlio Giancarlo Di Vincenzo, architetto, i costruttori Giancarlo Di Persio e Mauro Pellegrini, titolari della Dipe, una delle ditte che aveva partecipato alla gara.
Il giudice per le indagini preliminari, Mario Cervellino, ha scagionato tutti rilevando che per quanto riguarda D’Alfonso e Ruffini, “va segnalata l’assenza di condotte rilevanti con riferimento alla gara d’appalto. Dal contenuto delle telefonate intercettate emergono attività lecite integranti l’esercizio dell’attività amministrativa e doverosa sorveglianza mancando in modo assoluto pressioni illecite. Non sono emersi contatti tra i due indagati e le imprese partecipanti alla gara nonché i progettisti dell’opera”. Per quanto riguarda i Di Vincenzo e i titolari della Dipe, “mancano elementi idonei a sostenere le accuse di corruzione e gli indagati hanno fornito esaurienti spiegazioni dei contatti intercorsi”.






