L’AQUILA – “Mi piacerebbe poter tornare a lavorare in Italia e magari avviare un’attività tutta mia, ma se non avrò la possibilità di sviluppare le mie idee e i miei progetti nel mio amato Abruzzo, credo che sarò costretto, come moltissimi miei coetanei impiegati in altri settori lavorativi, a emigrare altrove”.
Al momento di partire, il veterinario aquilano Ciro Cococcetta non aveva una valigia di cartone o il cesto di vimini in spalla, né il fazzoletto legato in testa, ma un comune bagaglio, magari anche un pc e smartphone, e tanta, tanta voglia di mettersi in gioco. Ha 30 anni, una laurea in medicina veterinaria all’Università degli studi di Teramo ed è uno delle diverse migliaia di giovani italiani che, per quello che si potrebbe definire il fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga”, negli ultimi anni si sono trasferiti all’estero, passaporto alla mano, buona volontà nelle braccia e tanta speranza nel cuore.
Al momento si trova in Francia, precisamente nella città di Parigi, per un corso di specializzazione al centro di ricerca e formazione in interventi di salvataggio degli animali selvatici Ezcm, ma di esperienza sul campo ne ha già fatta a sufficienza, visto che in passato ha viaggiato tra Spagna, Emirati Arabi e Stati Uniti proprio al fine specializzarsi nel suo settore.
Un settore, quello degli gli animali selvatici e in particolare degli uccelli rapaci a cui, racconta, ha approcciato per passione sin dalla tenera età. “Come tutti i bambini della mia generazione ero attratto dai dinosauri di Jurassic Park che si sono poi evoluti in uccelli – racconta -. Gli stessi uccelli che ammiravo, e ammiro tutt’oggi, nei fantastici documentari di Sir. David Attenborough, lo storico naturalista e broadcaster che ho seguito successivamente con molta assiduità e consapevole dedizione”.
E questa dedizione si evoluta poi dopo il diploma. “Posso dire che, in definitiva, mi ci sono ritrovato dentro naturalmente – aggiunge -, anche se sinceramente questa scelta l’avevo immaginata e programmata in modo molto diverso”.
La pandemia ha infatti modificato piani e organizzazione della sua permanenza in Francia, oltre alla situazione lavorativa. A tal punto che, scherzando con gli amici, dice sempre di aver vissuto Parigi per un anno e mezzo esattamente come avrebbe fatto un turista con 3 settimane di vacanza. In realtà, il percorso di specializzazione che sta seguendo è davvero molto intenso e, dice lo stesso giovane ad AbruzzoWeb “non si limita alle ore lavorative in ospedale, ma continua i giorni liberi e la sera”.
“Anche per quanto riguarda il futuro, nei prossimi anni ho la consapevolezza che sarà molto intensa l’attività di studio e la ricerca per acquisire le competenze necessarie a uno specialista aviare”.
Ad agosto tornerà in Italia per lavorare al progetto AvianDoc con il dottor Tommaso Collarile e gli piacerebbe dividere la sua futura attività lavorativa tra privato e Università.
“Il mio sogno nel cassetto è quello di dare vita ad un centro di primo soccorso avifauna selvatica con un alto livello medico, magari inserito in un contesto universitario così da favorire l’implementazione delle conoscenze in materia e produrre contestualmente casistica utile per gli studenti e la ricerca”, conclude.






