L’AQUILA – “Trasformare un Ente dato per residuale in una leva concreta di governo del territorio, restituendo ruolo, funzione e capacità di decisione, attraverso programmazione finanziaria, investimenti strutturali e una presenza istituzionale costante sui temi chiave dello sviluppo locale”.

Alla vigilia della tornata elettorale di secondo livello per il rinnovo del Consiglio provinciale e del presidente della Provincia dell’Aquila, che si terrà domani, domenica 21 dicembre, Angelo Caruso, 60 anni, presidente uscente e unico ricandidato alla carica, sostenuto dal centrodestra, traccia, intervistato da AbruzzoWeb, il bilancio degli otto anni alla guida della Provincia.

La consultazione elettorale è di secondo livello e coinvolge esclusivamente gli amministratori dei Comuni del territorio. Gli aventi diritto al voto sono 1.239 amministratori, appartenenti a 107 Comuni della provincia; Rivisondoli non partecipa infatti alla consultazione in quanto attualmente commissariato. Il presidente della Provincia resta in carica quattro anni, mentre il Consiglio provinciale, composto da dieci consiglieri, ha una durata di due anni.

In un sistema che “per anni ha relegato le Province in una zona grigia”, la linea che Caruso, vice presidente nazionale dell’Unione delle Province d’Italia (Upi), ricandidato alla presidenza della Provincia per la terza volta, rivendica fortemente è quella della programmazione: “Non si può sempre rincorrere l’emergenza, ma è necessario riportare l’ente di area vasta al centro delle politiche pubbliche. Sul territorio, con opere e servizi e a Roma, come stiamo facendo, con un percorso condiviso su fisco, funzioni e autonomia finanziaria. Quella che possiamo raccontare oggi è una Provincia che torna a essere governo del territorio, non livello intermedio senza voce”.

Presidente Caruso, otto anni alla guida della Provincia dell’Aquila: due mandati completati e una candidatura per il terzo. Da dove si parte per un bilancio serio, non autocelebrativo?

Si parte dai fatti misurabili e dal metodo. La Provincia dell’Aquila, negli ultimi anni, ha dimostrato che un ente di area vasta può tornare ad essere una leva concreta di sviluppo se lavora con programmazione, sostenibilità finanziaria e capacità di trasformare risorse  disponibili in interventi reali sul territorio. Questo, per me, è il cuore del bilancio: non un racconto astratto, ma una traiettoria riconoscibile. Un dato su tutti: nel periodo 2017-2024 abbiamo registrato un cambio di passo netto. Gli impegni per investimenti passano da 3,3 milioni di euro nel 2017 a 31,7 milioni nel 2024, con un incremento dell’863%. I pagamenti per opere pubbliche crescono da 2,2 milioni nel 2017 a 31,6 milioni nel 2024 (+1.283%). Parallelamente l’indebitamento si riduce progressivamente: da 22,2 milioni nel 2017 a 6,9 milioni nel 2024, pari a -69%. Sono numeri che fotografano maggiore capacità di investimento e più solidità dell’Ente.

Lei oggi si candida per il terzo mandato. In un’elezione di secondo livello, cosa significa chiedere fiducia agli amministratori dei Comuni?

Significa sottoporre il lavoro fatto al giudizio di chi amministra ogni giorno, di chi vive problemi e urgenze del territorio e conosce vincoli e responsabilità. Per questo, in un’elezione di secondo livello, contano meno le parole e contano di più la credibilità dell’Ente, i numeri della programmazione, i cantieri, la qualità del raccordo istituzionale. Considero la candidatura per il terzo mandato come una richiesta di continuità su una linea chiara: conti sostenibili, investimenti programmati, completamento delle opere e, insieme, un impegno nazionale perché le Province tornino ad avere funzioni chiare e risorse certe. Perché alla fine la politica istituzionale serve a questo: far funzionare i servizi e tenere uniti i territori.

Nuovo piano territoriale di coordinamento provinciale: la Provincia dell’Aquila si pone come “laboratorio” a livello nazionale, un modello da seguire?

Non si parla solo di urbanistica ma di una rete tra territori, di superamento di logiche esclusivamente localistiche e soprattutto della costruzione di una visione condivisa e strategica per il futuro. Lo abbiamo fatto attraverso un percorso partecipato, con il supporto delle Università dell’Aquila e di Cagliari, e al termine dei workshop che abbiamo portato sul territorio sono emerse oltre 350 idee progettuali. È un patrimonio enorme: significa che amministratori, stakeholder, associazioni di categoria, Uffici speciali per la ricostruzione e tecnici hanno messo in comune proposte e priorità. Siamo già di fronte a un risultato: perché spesso la frammentazione è il primo ostacolo allo sviluppo.

Parliamo di fiumi: un tema che lei ha caricato anche di significato istituzionale.

Certo, perché è un caso emblematico di quanto contino competenze chiare e risorse stabili. Sono stati aggiudicati lavori di manutenzione su sei fiumi strategici, per un finanziamento di oltre un milione di euro. Io l’ho definito un passaggio “chiave” anche in vista della restituzione delle competenze da parte della Regione, perché dimostra che l’Ente provinciale, quando è messo nelle condizioni, sa essere efficiente e operativo. La cura dei corsi d’acqua non può dipendere da misure straordinarie, ma va garantita con continuità, risorse certe e competenze definite. La questione della competenza in questo caso è centrale: L’ Upi (Unione delle Province d’Italia) Abruzzo, di cui sono presidente, ha inviato a gennaio 2023 una formale istanza alla Presidenza del Consiglio dei ministri sul trasferimento delle funzioni e competenze in materia di difesa del suolo e gestione risorse idriche, successivamente un sollecito e a fine 2023 si è arrivati alla convenzione straordinaria con la Regione Abruzzo, che ha consentito di attivare risorse con un cofinanziamento 70% Regione e 30% Province.

Veniamo alla parte politica, lei è vicepresidente Upi. In audizione al Senato ha portato proposte precise. Qual è il punto?

Il punto è che non si può chiedere alle Province di garantire funzioni fondamentali senza strumenti finanziari coerenti. In audizione in commissione Finanze al Senato sul decreto legislativo in materia di tributi regionali e locali e federalismo fiscale regionale, ho chiesto che il decreto sia coerente con l’articolo 119 della Costituzione e con la legge sul federalismo fiscale: servono, per le Province, un tributo proprio a copertura delle funzioni fondamentali, una reale compartecipazione all’Irpef e un fondo perequativo.  Ho ricordato che la condizione dei bilanci provinciali resta critica: nello stesso documento Upi si richiama lo squilibrio strutturale stimato dalla Commissione sui fabbisogni standard del Mef, e il rischio che nel passaggio tra sistemi tributari si creino ritardi o riduzioni di flussi che metterebbero in crisi la liquidità degli enti. Abbiamo chiesto che la compartecipazione all’Irpef destinata a finanziare le funzioni fondamentali (in sostituzione dell’RC Auto) sia effettivamente dinamica e garantita sin dal primo anno almeno in misura non inferiore al gettito dell’imposta sostituita, con un flusso regolare e cadenza almeno trimestrale, e con ampliamento dell’aliquota di autonomia fiscale disponibile. E, tra le ipotesi di tributo proprio, Upi ha indicato anche la possibilità di un tributo di sbarco in porti e aeroporti destinato agli enti provinciali.

Secondo pilastro: riordino delle funzioni. Lei è stato nominato nel gruppo nazionale che lavora su questo.

Sono stato nominato tra i componenti del gruppo di lavoro istituito presso la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome per esaminare la proposta Upi sul riordino delle funzioni e definire un percorso condiviso di revisione dell’attuazione regionale della legge 56/2014. La sostanza è chiara: dopo oltre dieci anni, l’incertezza normativa continua a produrre effetti negativi sui territori; è tempo di rimettere ordine restituendo funzioni chiare, risorse adeguate e possibilità di rafforzare le strutture con personale qualificato. L’idea di fondo è semplice: se vuoi servizi efficienti e territori tenuti insieme, devi ricostruire una governance chiara tra Regioni, Province e Comuni. L’iniziativa al Museo Aufidenate di Castel di Sangro ha visto Upi, Regione e Anci condividere una proposta orientata a restituire alle Province competenze decisive e risorse, con un modello di governance basato su sussidiarietà e collaborazione.