L’AQUILA – “E importante andare a votare domenica e lunedì e dire i cinque “sì” ai referendum, per avere un lavoro meno precario, più dignitoso, con più diritti e più sicuro, per accrescere il diritto alla cittadinanza. E’ importante andare a votare, con una grande mobilitazione e partecipazione democratica, visto che il voto è un diritto che hanno conquistato le nostre madri, i nostri padri con grande fatica, oltre che essere un dovere civico”.

A suonare la carica alla vigila del voto dei referendum di domenica dalle 7 alle 23, e lunedì dalle 7 alle 15, con l’obiettivo di superare il quorum di votanti del 50% più, è il segretario regionale del Partito democratico, Daniele Marinelli.

“C’è un governo che sta facendo di tutto per boicottare i referendum, Giorgia Meloni di che che ritirerà solo la scheda alle urne che significa comunque non partecipare al voto. Di fatto come tutto il centrodestra sta tentando di boicottare il referendum, perchè hanno paura della partecipazione popolare, di questo voto referendario, del fatto che c’è una reazione nel Paese di fronte al fatto che c’è un’enorme questione sociale che sta crescendo e un governo che non se ne occupa affatto”.

Anche il referendum sulla cittadinanza importante, prosegue Marinelli “perché ci sono tante italiane e italiani di fatto ma non di diritto, che sono nati in Italia, che vivono in Italia, lavorano in questo paese, conoscono la lingua italiana, rispettano le nostre leggi che però per la burocrazia italiana ha tempi lunghissimi non possono essere italiani di diritto per cui si tratta di abbassare da dieci a cinque anni gli anni sufficienti per poter fare la richiesta di cittadinanza”.

Venendo dunque ai quesiti sul lavoro: “il referendum sulla sicurezza prevede la responsabilità piena e solidale da parte dell’impresa appaltatrice e committente in tutti quei lavori che prevedono appalti e subappalti, una svolta in un paese in cui c’è una strage silenziosa, mille persone ogni anno morte e questo tema non lo possiamo affrontare solo con gli slogan”

Gli altri quesiti mirano alla riduzione della precarietà, va avanti Marinelli, “sancendo il diritto di essere reintegrati sul posto di lavoro per un licenziamento illegittimo, visto che oggi non è più previsto per le aziende sotto i quindici dipendenti, c’è solo un risarcimento e questa mercificazione dei diritti sul lavoro ha prodotto un grave danno in questo Paese. Come pure è necessaria la cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti ingiustificati nelle piccole imprese, oggi al massimo pari a  6 mensilità, mentre invece è giusto che sia il giudice a decidere caso per caso”.

Con il sì al referendum si pretende poi che “ci siano causali per i contratti temporanei anche perché c’è l’enorme problema della flessibilità: la scelta del contratto a tempo determinato deve essere motivata, ci deve essere una ragione per la quale si decide di assumere un lavoratore a tempo, in base all’idea che il lavoro standard debba essere il lavoro a tempo indeterminato che è quello che offre più tutele, più diritti e più certezze”.

 

I 5 QUESITI

1. Stop ai licenziamenti illegittimi

Quesito:

«Volete voi l’abrogazione del d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23, recante “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183” nella sua interezza?»

Il PRIMO dei quattro referendum sul lavoro chiede l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti del contratto a tutele crescenti del Jobs Act. Nelle imprese con più di 15 dipendenti, le lavoratrici e i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 in poi non possono rientrare nel loro posto di lavoro dopo un licenziamento illegittimo. Sono oltre 3 milioni e 500mila ad oggi e aumenteranno nei prossimi anni le lavoratrici e i lavoratori penalizzati da una legge che impedisce il reintegro anche nel caso in cui la/il giudice dichiari ingiusta e infondata l’interruzione del rapporto.

2. Più tutele per le lavoratrici e i lavoratori delle piccole imprese

Quesito:

«Volete voi l’abrogazione dell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, recante “Norme sui licenziamenti individuali”, come sostituito dall’art. 2, comma 3, della legge 11 maggio 1990, n. 108, limitatamente alle parole: “compreso tra un”, alle parole “ed un massimo di 6” e alle parole “La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro.”?»

Il SECONDO quesito riguarda la cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese. In quelle con meno di 16 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento, anche qualora una/un giudice reputi infondata l’interruzione del rapporto. Questa è una condizione che tiene le/i dipendenti delle piccole imprese (circa 3 milioni e 700mila) in uno stato di forte soggezione. Obiettivo è innalzare le tutele di chi lavora, cancellando il limite massimo di sei mensilità all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato affinché sia la/il giudice a determinare il giusto risarcimento senza alcun limite.

3. Riduzione del lavoro precario

Quesito:

«Volete voi l’abrogazione dell’articolo 19 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81 recante “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183”, comma 1, limitatamente alle parole “non superiore a dodici mesi. Il contratto può avere una durata superiore, ma comunque”, alle parole “in presenza di almeno una delle seguenti condizioni”, alle parole “in assenza delle previsioni di cui alla lettera a), nei contratti collettivi applicati in azienda, e comunque entro il 31 dicembre 2025, per esigenze di natura tecnica, organizzativa e produttiva individuate dalle parti;” e alle parole “b bis)”; comma 1 -bis , limitatamente alle parole “di durata superiore a dodici mesi” e alle parole “dalla data di superamento del termine di dodici mesi”; comma 4, limitatamente alle parole “,in caso di rinnovo,” e alle parole “solo quando il termine complessivo eccede i dodici mesi”; articolo 21, comma 01, limitatamente alle parole “liberamente nei primi dodici mesi e, successivamente,”?»

Il TERZO quesito referendario punta all’eliminazione di alcune norme sull’utilizzo dei contratti a termine per ridurre la piaga del precariato. In Italia circa 2 milioni e 300 mila persone hanno contratti di lavoro a tempo determinato. I rapporti a termine possono oggi essere instaurati fino a 12 mesi senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi il lavoro temporaneo.

4. Più sicurezza sul lavoro

Quesito:

«Volete voi l’abrogazione dell’art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” come modificato dall’art. 16 del decreto legislativo 3 agosto 2009 n. 106, dall’art. 32 del decreto legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito con modifiche dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, nonché dall’art. 13 del decreto legge 21 ottobre 2021, n. 146, convertito con modifiche dalla legge 17 dicembre 2021, n. 215, limitatamente alle parole “Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.”?»

Il QUARTO quesito interviene in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Arrivano fino a 500mila, in Italia, le denunce annuali di infortunio sul lavoro. Quasi 1000 i morti, che vuol dire che in Italia ogni giorno tre lavoratrici o lavoratori muoiono sul lavoro. Modifichiamo le norme attuali, che impediscono in caso di infortunio negli appalti di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Cambiamo le leggi che favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche.

5. Più integrazione con la cittadinanza italiana

Quesito:

«Volete voi abrogare l’articolo 9, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole “adottato da cittadino italiano” e “successivamente alla adozione”; nonché la lettera f), recante la seguente disposizione: “f) allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.”, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza”?»

Il QUINTO referendum abrogativo propone di dimezzare da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana, ripristinando un requisito introdotto nel 1865 e rimasto invariato fino al 1992. Nel dettaglio si va a modificare l’articolo 9 della legge n. 91/1992 con cui si è innalzato il termine di soggiorno legale ininterrotto in Italia ai fini della presentazione della domanda di concessione della cittadinanza da parte dei maggiorenni.

Il referendum sulla Cittadinanza Italiana non va a modificare gli altri requisiti richiesti per ottenere la cittadinanza quali: la conoscenza della lingua italiana, il possesso negli ultimi anni di un consistente reddito, l’incensuratezza penale, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica. Questa modifica costituisce una conquista decisiva per circa 2 milioni e 500mila cittadine e cittadini di origine straniera che nel nostro Paese nascono, crescono, abitano, studiano e lavorano.