L’AQUILA – Nuovi crolli nella cattedrale di San Massimo all’Aquila, il monumento più importante del centro storico: nei giorni scorsi hanno ceduto alcune murature interne all’edificio sacro, gravemente danneggiato dal sisma del 6 aprile 2009 e lasciato da 6 anni senza una copertura provvisoria, alla mercé delle intemperie e con l’erba che cresce sul pavimento.
Una situazione preoccupante che vede tra i responsabili anche la chiesa aquilana che, fino a qualche mese fa, si era segnalata per l’immobilismo.
Solo da poco, come emerso nel corso della recente visita del sottosegretario all’Economia con delega alla Ricostruzione Paola De Micheli, l’arcivescovo metropolita, monsignor Giuseppe Petrocchi, ha posto la questione in maniera determinata.
Un’azione ancora insufficiente, e il rischio che, di questo passo, di crolli ce ne siano ancora è dietro l’angolo, tanto sembra evidente l’avanzare inesorabile del deterioramento del Duomo.
Al momento, infatti, non si conosce lo stato di avanzamento del progetto della chiesa e la ricostruzione dell’edificio sacro rischia di essere fatta a metà, viaggiando a due velocità, tra l’appalto pubblico, da 10 milioni di euro, e quello privato del confinante aggregato gestito dal Consorzio Sant’Emidio, che vale 35 milioni.
Stante la situazione attuale, infatti, della chiesa potranno essere ricostruite solo le parti in comune con l’aggregato, composto dall’Arcivescovado e da altri palazzi privati, il cui appalto milionario è stato controllato dalla Curia aquilana, che ha la maggioranza delle proprietà.
Una commessa aggiudicata all’associazione temporanea di imprese (Ati) composta da Sac Spa, Costruzioni Iannini Srl e Dp Restauri Srl, dopo il “bando della discordia”, lanciato sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore dal Consorzio in un clima di polemiche.
Il Consorzio Sant’Emidio, che nei mesi scorsi ha tentato invano di accaparrarsi gli interi 45 milioni di euro, intanto, ha presentato alla Soprintendenza il progetto complessivo delle “parti comuni”, comprensivo anche della facciata e della copertura della chiesa, in base al decreto 12 del giugno 2010 dell’allora commissario delegato per la ricostruzione, Gianni Chiodi, che disponeva le norme per la costituzione dei consorzi obbligatori.
Con tutta probabilità, tuttavia, il consorzio potrà intervenire con i lavori solo sulla metà dei muri perimetrali del Duomo, che confinano con la parte privata, lasciando di fatto un lavoro incompiuto sull’edificio sacro, che va aggiudicato con le regole degli appalti pubblici.
Un intervento, così configurato, che sarebbe molto difficile da realizzare da un punto di vista tecnico, ma che potrebbe essere deciso se il Comune, che dovrà rilasciare il finanziamento, dovesse stralciare i computi, prevedendone uno per la parte privata e uno per il Duomo, come già successo per la vicina chiesa di San Marco, i cui lavori sono attualmente ancora fermi.
Nel caso di San Marco, il consorzio ha inoltrato un ricorso al Tribunale amministrativo regionale, spauracchio questo, che potrebbe paventarsi anche per altri aggregati confinanti con le chiese, e quindi anche per il Duomo, ritardando ulteriormente i lavori di ricostruzione.
Un caos normativo, generato alla luce della legge 77 del 2009, che ha convertito il primissimo decreto 39 sul post-sisma, nella parte sugli edifici ecclesiastici, emanata prima del decreto 12, che considera le chiese edifici privati a interesse pubblico, per cui i fondi pubblici per il recupero delle parti in comune devono essere assegnati con un bando pubblico.
Una impasse che si cercherà di chiarire nella nuova legge sulle regole della ricostruzione privata, il cui testo è in queste settimane in via di definizione.
Sin dalla prima bozza, varata dall’allora sottosegretario all’Economia con delega alla Ricostruzione, Giovanni Legnini, poi dimissionario per diventare vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, si insiste nel definire le chiede come beni pubblici la cui stazione appaltante dovrà essere la direzione regionale per i Beni culturali, ora divenuta segretariato per tagliare sui costi nell’ambito della riforma del ministro Dario Franceschini.
Una previsione, questa, confermata anche nelle più recenti bozze gestite dalla senatrice Stefania Pezzopane che verranno consegnate al successore di Legnini, Paola De Micheli, chiamata a far approvare un decreto legge entro giugno.
In questo modo si sopirebbero definitivamente le ambizioni mai nascoste della Curia di gestire gli appalti, portate avanti nei primi anni del post-sisma con l’allora vescovo ausiliare monsignor Giovanni D’Ercole, grazie a un’attività di lobby sotterranea sfociata in lettere all’allora premier, Enrico Letta, come poi venuto fuori da inchieste giudiziarie.
Anche se negli ultimi i tempi i curiali, fiutando l’aria, hanno corretto il tiro e l’arcivescovo metropolita, monsignor Giuseppe Petrocchi, che poche settimane fa ha incontrato la De Micheli, ha confermato.
“Se l’autorità competente emana delle leggi le rispetteremo e faremo il possibile per dare il nostro contributo. Sarebbe importante capire in quali luoghi e tavoli di concertazione potremo farlo in modo titolato e non per semplice concessione”.






