LOS ANGELES – Avrebbe compiuto 69 anni oggi Janis Joplin, la cantante texana, morta a Los Angeles nel 1970, quando il suo successo, a dispetto delle malelingue, era ormai un punto stabile nella galassia del Rock.
In quel periodo erano molti i fattori che potevano influenzare negativamente la condotta di un artista, primo su tutti le droghe. Un periodo in cui i migliori talenti si schieravano sul palco di Woodstock, acclamati da una folla inquantificabile di giovani, terribilmente vicini al contatto con il Divino, vuoi per le composizioni musicali di artisti come Miles Davis e Jimì Hendrix, vuoi per le svariate qualità e quantità di droghe diffuse.
Lei, Janis Joplin, fu una di quelle hippie ingestibili, quegli artisti odiati dalle major per il loro mancato comportamento professionale, ma si sa, l’artista non vuole né catene né padroni.
La sua voce ruvida e graffiante difficilmente è stata superata, segnale di un’atmosfera irripetibile, di una gioventù attiva, seppur deviata dagli acidi e dall’eroina, in un movimento che avrebbe sconvolto le società di quel periodo.
Nelle sue orecchie echeggiavano le blue notes del blues di Bessie Smith, la giunonica Big Mama Thornton e Odetta, facilmente riconoscibili in “Kozmik Blues”, miste al folk texano e al bluegrass (“One night stand”), mentre nella sua mente il desiderio di libertà, quella totale libertà hippie tipica di “Mercedes benz”.
Janis conobbe il successo con l’incontro con Chet Helm, un impresario musicale texano, che la spinse a proporsi alla band californiana dei Big Brother and the Holding Company che era in cerca di una vocalist.
Da quel momento, divenne l’icona del periodo più sconvolgente del Nuovo Continente, gli anni Sessanta. Lei e i suoi occhialoni rotondi si spensero a ventisette anni, con un overdose di eroina.






