L’AQUILA – Una città disorientata e confusa, come un pugile suonato al termine di un incontro in cui le ha prese di brutto.

Questa è l’immagine dell’Aquila alla fine di una giornata nerissima, segnata dal drastico richiamo del ministero dell’Economia a ridimensionare le aspettative sulla gestione dell’emergenza e sulle prospettive della ricostruzione.

Una posizione tecnica, certo, ma avallata da un governo che sino a oggi si è dimostrato insensibile o per lo meno evasivo rispetto alla tragedia aquilana.

Per il 2012 ci sono solo 30 milioni di euro per l’emergenza, meno di un decimo di quanto speso quest’anno. Posti di lavoro che saltano, persone che si vedono private del diritto all’assistenza, enti locali lasciati da soli a gestire la ricostruzione senza risorse né personale.

E la politica che conta cosa fa? Il commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, e il sindaco dell’Aquila ed ex vice commissario dimissionario lo scorso anno in dissenso con l’allora governo di Silvio Berlusconi, Massimo Cialente, che annunciano i loro viaggi a Roma in maniera scoordinata per fare non meglio precisate “pressioni” sul governo di Mario Monti senza spiegare quali sono stati gli interlocutori interessati del problema.

Dalle parti del centrodestra, addirittura, si è arrivato a dire che il primo cittadino del capoluogo non si è recato a palazzo Chigi e non è riuscito a parlare direttamente con il presidente del Consiglio.

Anche il governatore ha riferito di contatti con l’esecutivo senza precisare se si tratti di referenti governativi di rilievo o di semplici dirigenti ministeriali.

I parlamentari abruzzesi che, tranne qualche eccezione, non spendono una parola per quella che si annuncia come la Waterloo del “cratere”, stesso silenzio da parte dei big di partito.

Una dimostrazione lampante che il terremoto del 6 aprile 2009 è soltanto la scenografia sbiadita di un palcoscenico in cui i protagonisti sono più interessati alla campagna elettorale per le amministrative dell’anno prossimo che alle sorti di un intero territorio.

Alcune piccole azioni individuali prive di una strategia unitaria, testimonianza di un fronte istituzionale sfilacciato e distratto.

L’unica reazione vera, genuina, quella dei sindaci dei piccoli comuni che si sono autoconvocati per manifestare la loro rabbia con il solo strumento che hanno a disposizione: la riconsegna delle fasce e l’abbandono del campo di battaglia.

Sullo sfondo, poi, la rinnovata protesta dei precari, peraltro assunti senza un concorso pubblico e quindi senza una prospettiva di lavoro stabile sin dall’inizio, che vedono i loro stipendi a rischio ed esprimono una preoccupazione legittima.

E la gente? Costretta ad assistere a questo spettacolo con la fiducia ridotta al lumicino. Chi si preoccupa dei giovani che continuano a nutrire speranze sulla rivincita sociale, culturale ed economica dell’intero territorio oppure degli anziani aggrappati agli ultimi segnali di vitalità dell’Aquila e del “cratere”?

La governance della ricostruzione ha il dovere di dare risposte concrete alle comunità locali, cominciando a dare il buon esempio. Tagliando le spese inutili, le consulenze, gli organismi doppione, le mega indennità dei suoi vertici.

Tra l’altro, e anche questo, colpevolmente, in pochissimi lo hanno fatto rilevare, il Ministero ha parlato chiaramente di risorse insufficienti non solo per l’emergenza ma anche per la ricostruzione.

Le stime della struttura commissariale parlano di 13 miliardi di euro, cifra che al momento non è nella disponibilità delle casse pubbliche, come hanno sottolineato i solerti e impassibili funzionari della Ragioneria dello Stato.

Non basta incrociare le dita in attesa che “qualcosa succeda” o che arrivi il Gianni Letta della situazione a togliere le castagne dal fuoco, come nella circostanza dell’abbattimento delle tasse.

Questa volta, e così sarà sicuramente in seguito, le soluzioni ai problemi dovranno essere trovate grazie alla forza di persuasione e alla capacità di essere compatto del fronte politico. Una squadra quadrata e allenata in grado di reggere l’urto delle sfide che si troverà di fronte. Senza, saremo costretti continuamente a rincorrere gli eventi.

A meno che gli attori principali di questa vicenda non sappiano già che la cosa è risolta e stiano giocando a fare a gara ad assumersene la paternità per un proprio tornaconto politico.

In questo caso, però, sarebbe davvero intollerabile per gli aquilani e tutti quelli che risiedono nei tanti borghi devastati dal sisma.