L’AQUILA – Primo passo verso il referendum sulla legge elettorale anti “Porcellum”, il sistema che consente ai partiti di scegliere i parlamentari impedendo ai cittadini di esprimere la preferenza sulla scheda.

Il via libera è arrivato ieri dalla Cassazione che ha giudicato valide le 534.334 firme presentate a supporto del primo quesito e le 531.081 firme che corredavano il secondo.

C’è ancora un ostacolo, però, all’ok definitivo alla consultazione popolare che dovrebbe mettere la parola fine al sistema che lo stesso ideatore, Roberto Calderoli, una “porcata”: la Corte costituzionale, che entro il 20 gennaio dovrà pronunciarsi sulla legittimità dei quesiti, che avevano raccolto in tempi brevissimi oltre un milione e 200 mila firme, un successo che il presidente del comitato promotore, Andrea Morrone, ha definito “il secondo risultato in assoluto nella storia dei referendum”.

Soddisfatto Gianni Melilla, coordinatore regionale di Sinistra ecologia e libertà, tra i partiti che hanno appoggiato e sostenuto la raccolta delle firme, che in Abruzzo hanno raggiunto quota 15 mila. “Siamo molto contenti del responso della Cassazione. Strumento abrogativo anche grazie a questo sistema elettorale hanno determinato una selezione vergognosa della classe dirigente, che è anche alla base del disastro economico in atto nel nostro Paese”.

Melilla è però pessimista sul fatto che il referendum possa superare l’ostacolo della Cassazione.  “I partiti dominanti, ovvero Pd e Pdl, sanno che abrogare il Porcellum significa ridare potere ai cittadini e si stanno opponendo a questo. Siccome in Italia non viviamo una fase di democrazia, sospesa da questo governo Monti, non credo che la Corte Costituzionale darà via libera a questo referendum che scardinerebbe l’attuale assetto plutocratico e bancario, lo stesso che ha sequestrato la democrazia italiana”.

Gli italiani sapranno comunque dalla Consulta se a giugno dovranno andare alle urne per abrogare la legge “porcata” e ripristinare il vecchio  “mattarellum”, il sistema elettorale misto che prevede l’assegnazione del 75 per cento dei seggi col sistema maggioritario a turno unico nei collegi uninominali e il restante 25 per cento su quota proporzionale.