TERAMO – Le analisi sul cellulare di Melania Rea, effettuate dai Ris dei Carabinieri, non hanno restituito tracce di dna di Salvatore Parolisi, ma solo quelle della figlioletta, e le poche impronte presenti non sono utilizzabili.
Secondo l’accusa, quindi, Parolisi avrebbe utilizzato dei guanti per accoltellare la vittima e, successivamente, cancellare dal Samsung della moglie, trovato vicino al cadavere, alcuni messaggi.
Si rafforza così il convincimento della Procura che il delitto della donna di Somma Vesuviana (Napoli), trovata assassinata l’aprile scorso nel bosco di Ripe di Civitella (Teramo), e per il quale si trova in carcere da due mesi il marito, non sarebbe frutto di un gesto d’impeto ma di un atto consumato con lucidità.
La vicenda del cellulare è anche al centro di un aspro confronto tra i pm e la difesa dell’indagato, rappresentato dagli avvocati Nicodemo Gentile e Valter Biscotti: la Procura ha affidato a due periti l’esame dell’apparecchio per smentire il racconto di Parolisi e dimostrare che la giovane madre non è mai stata a Colle San Marco (Ascoli Piceno) il 18, i legali ribattono, attraverso il loro consulente telematico, che la sovrapposizione di celle telefoniche tra Ripe e il luogo della presunta scomparsa di Melania rende impossibile dimostrarlo.





