LONDRA – C’era da aspettarselo. Senza retorica.
I fuochi inglesi non stupiscono chi a Londra ha vissuto per un po’.
Gli abitanti del teatro più grande degli scontri che negli ultimi giorni hanno infiammato la capitale e altre città dell’England si sono svegliati da un sonno fasullo e questa è la realtà. Cadaveri e feriti compresi nel terribile prezzo.
Dietro il curriculum ufficiale di una nazione moderna può esistere un mondo durissimo fatto di un degrado che (non) ti aspetti, non uno scherzo qualsiasi. Un mondo in fiamme, appunto.
Non si tratta soltanto di delinquenza esplosa da un momento all’altro, ma di qualcosa di più profondo e traumatico. Nei quartieri oggi finiti sugli schermi del globo terrestre l’aria è da tempo irrespirabile. Chi scrive non viveva lontano da “quelle” zone e pure nella sua le vene non è che se ne stessero tranquille, anzi. Il fuoco e la violenza sono esplosi pure lì a South Woodford.
“Sembra che Londra sia una sola, unica, grandissima fiamma sotto il cielo”, spiega l’amico Daniel al telefono dopo aver rischiato di essere travolto da una banda di dodicenni.
“Quelle” zone, Tottenham (non solo disperazione economica, ma anche ville di personaggi straricchi), Walthamstow, Hackney, rappresentano il sottobosco, sono i pianeti del popolo del salario basso: camerieri, muratori sottopagati, donne delle pulizie, tassinari pakistani, signori attempati che puliscono le strade alle tre del mattino, prostitute, spacciatori, perdigiorno. Nel cuore dell’Inghilterra più “conservative”, capace di barricarsi, di piazzare telecamere ovunque e di sentirsi così impaurita da vietare ai bambini di giocare a pallone per la strada. La strada privata, s’intende: “Ball games prohibited”.
Sapeste come ansimano i quartieri “normali” e “anormali”, in ordine di reddito e di paranoia. C’è dentro la middle-class oggi aggredita frontalmente, che si chiede dove e come andrà a finire se il primo ministro David Cameron, in nome della “Big Society”, il sogno al momento più significativo di liberisti e neoliberisti, continuerà a tagliare i viveri, cioè la spesa pubblica, per conto dei grandi gruppi finanziari al comando; ci sono dentro i nuovi umani dei grigi universi lungo le autostrade e le strade larghe, tra palazzoni senza volto e centri commerciali, fino ad arrivare ai “soliti”della periferia più in difficoltà, dove si inganna il tempo tra una rissa, una sbronza, un’altra rissa e un’altra sbronza al George Pub.
Dove sostano pure gli immigrati, tanti, “troppi”, come dice qualche vecchio inglese, del tipo che non si riconosce, non può, nelle nuove generazioni arabe, indiane, romene, polacche e lituane sotto la Union Jack.
Certe signore impomatate e poco amorevoli nei confronti della pelle mulatta guardano male un po’ tutti i forestieri. Strano ma vero, o forse no. Tra queste, c’è chi affitta la camera solo ai bianchi. Possibile? Eppure, l’apertura culturale albionica esiste ad ogni livello, non è mica un’invenzione, nonostante le nubi gravide di intolleranza sopra la testa. Lì, la mancia per il cameriere, di fuori o locale non importa, è un dovere verso chi ha servito da bere e da mangiare.
Allora cosa è successo alla vecchia, tollerante Inghilterra? Quello che è successo a mezzo mondo: il governo deve tagliare la spesa pubblica sotto la spinta dell’ideologia che vuole lo Stato in disparte e il caos, quindi il mercato, in prima linea. Sono i manager che dettano le leggi.
Così dalla prima linea si staccano pezzi consistenti di popolazione, costretta a indietreggiare sempre di più; sbranati i servizi essenziali, cancellate le garanzie minime, restano una burocrazia snella, vanto da sbandierare, e la pena sociale che le telecamere in ogni angolo non riprendono mai. Mentre non si riesce a trovare una cura alla malattia del marketing sfrenato.
Il piatto è in tavola: senza contare chi sta davvero in alto, c’è chi guadagna e se la passa benone, in bilico, ma comunque benone, e chi appartiene al resto, alla maggioranza, divisa in equilibristi e straccioni col sedere per terra. Ecco, è in particolare quest’ultima categoria che non va mostrata agli occhi della Terra.
E se poi scoppia un casino la colpa va data a loro, a quelli che sfasciano le vetrine e si portano via televisori hd e playstation. Soluzione? Si militarizza tutto e passa la paura.
Delinquenti, pugno duro del governo, basta con gli scontri. Ce ne fosse uno che si chiede il vero perché degli eventi.
È in questo angolo tremendo che sono stati ammucchiati, non solo oggi, i diavoli più colpiti. È in questo delirio di periferie stracciate come bambole di pezza, guardando da non molto lontano la grigia maestosità bancaria della City, uno dei totem dello sfacelo, che qualcuno si è adattato a dormire in tuguri di fortuna, mentre gli altri hanno “semplicemente” preso la via della criminalità a dieci, undici anni e sono ancora in guerra con la Metropolitan Police.
Nelle zone d’ombra inglesi si rapisce, si violenta e si uccide. Si rapisce, si violenta e si uccide al buio e anche dove c’è un po’ più di luce. Parliamo della via che prenderanno i giovani che non potranno permettersi di studiare perché le rette universitarie sono triplicate in meno di un secondo, portando professori, genitori e studenti in piazza, con forza, per salvare un sistema universitario un tempo eccellente e oggi completamente smantellato; la via che hanno già preso i figli dei lavoratori “on strike”, in sciopero, e dei disoccupati cronici, nonostante a Londra si costruisca da tutte le parti anche in vista delle olimpiadi 2012 e il lavoro, temporaneo e offensivo, non mancherebbe affatto.
Siamo noi, non giriamoci intorno, i bersagli facili di quel deserto infinito chiamato Europa. Siamo noi, in corsa verso lo schianto.
Chi oggi ha i capelli imbiancati, laggiù in England, sta rivivendo gli orrori firmati da Margareth Thatcher negli anni ’80, dentro il cui triste schema sono rimaste le periferie inglesi diventate una periferia senza fine. La stessa Thatcher che nel 2011 è rimbambita e senza più ufficio, tanto non capirebbe nulla delle carte sulla scrivania. Non è lei che le compila.
“Se vuoi davvero capire cos’è l’Inghilterra, devi guardare ‘Meantime'”, consigliò una sera il buon vecchio Neil tra un sorso di birra e l’altro, con un forte accento “cockney”. Già, quel film racconta come stanno davvero molte cose. Leonardo, da vent’anni a Londra, sa di cosa parla.
Eppure, sarebbe bastato tenere gli occhi aperti.
See you soon, England.






