PESCARA – In Abruzzo manca un piano cave che stabilisca regole, controlli e sanzioni sulle attività estrattive e, c’è da aggiungere, la situazione abruzzese altro non è che lo specchio di quanto avviene a livello nazionale.

Nell’Aquilano poi, dove è prioritaria la rimozione delle macerie, la situazione è assolutamente da tenere sotto controllo e bisogna stare attenti a “non abbassare mai la guardia sul rischio di infiltrazioni mafiose”, come ricordato da Luzio Nelli della segreteria regionale di Legambiente Abruzzo.

È quanto emerso oggi dalla presentazione, tenutasi Roma, del “Rapporto Cave 2011 di Legambiente”.

Ovunque è ancora molto bassa l’attenzione sull’attività estrattiva, settore dai guadagni miliardari a fronte delle poche risorse economiche lasciate al territorio.

Le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni sono, infatti, ridicole in confronto al volume d’affari del settore.

Basti pensare che solo dalla vendita di sabbia e ghiaia (i materiali di minor pregio) i cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l’anno che però fruttano alle Regioni neanche 36 milioni di euro di canoni di concessione.

Questa situazione diventa ancor più grave in una Regione terremotata come l’Abruzzo, dove di fronte all’assenza di un piano per le autorizzazioni per le attività estrattive, esse sono state trasferite totalmente ai Comuni, con l’evidente rischio di un atteggiamento di discrezionalità nel meccanismo delle concessioni, causato anche dalla mancanza di una forza normativa nei confronti delle pressioni dei cavatori.

L’assenza dei piani cave è grave perché si lascia tutto il potere su dove, come e quanto cavare in mano a chi concede l’autorizzazione. Per uscire da questa situazione, accanto a nuove regole, occorre puntare sull’innovazione affinché l’attività estrattiva possa diventare, come negli altri Paesi europei, un settore di punta della green economy, che può fare a meno di cave puntando sul recupero degli inerti provenienti dall’edilizia.

In pochi anni sarebbe possibile raggiungere risultati rilevantissimi attraverso l’obbligo di utilizzare materiali provenienti dal riciclo degli inerti edili da utilizzare al posto di quelli provenienti da cava per infrastrutture e costruzioni, visto che oggi hanno prestazioni assolutamente identiche.

Basti dire che mentre in Italia siamo ancora al 10 per cento di materiali riciclati provenienti dall’edilizia, in Germania si arriva all’86,3 per cento (erano al 17 nel 1999), in Olanda al 90 per cento, in Belgio all’87 per cento e la Francia in dieci anni è passata dal 15 per cento al 62,3 per cento.