L’AQUILA – Imprese edili che presentano ai Comuni, in particolare all’Aquila, dove il ritmo dei lavori di ricostruzione post-sisma è più spedito, false autocertificazioni che attestano pagamenti ai subappaltatori mai avvenuti per incassare gli stati di avanzamento (sal) relativi a lavori di riparazione delle case danneggiate.
Quattrini che spesso vanno a tappare buchi nei bilanci in rosso di grandi società, anche venute da fuori, già in difficoltà economiche e che si sono gettate nel cantiere più grande d’Europa nella speranza di ritrovare la solidità, accaparrandosi i milionari appalti della cosiddetta ricostruzione privata.
Soldi che non finiscono con la tempistica giusta, anzi meglio dire con ritardi inaccettabili, nelle casse di piccole e medie imprese, molte volte artigiane, che sono entrate in crisi e, in un numero tutt’altro che trascurabile, si trovano sull’orlo del fallimento. E questo nonostante abbiano fornito un’opera spesso determinante per la buona riuscita dell’intervento.
Dal chiacchierato e ricco pianeta della cosiddetta ricostruzione privata spunta fuori un altro fenomeno illegale, figlio della carenza di norme e controlli che, fin dall’inizio, contraddistingue quello che è da considerare un vero e proprio comparto a sé stante, visto che le commesse milionarie vengono affidate direttamente alle imprese, cioè senza appalto.
Molte pratiche con cui i Comuni del “cratere” liquidano alle imprese le varie trance di danaro per i lavori di ricostruzione sono caratterizzate da false autocertificazioni di pagamenti delle opere eseguite dai subappaltatori. Senza le autocertificazioni, previste dalla norma, non si potrebbero pagare i Sal.
A denunciare un andazzo diventato, a detta dei malcapitati, insostenibile sono gli stessi piccoli imprenditori, stufi di essere vessati dalle imprese più grandi che si aggiudicano appalti privati milionari.
Secondo quanto si è appreso, sono 150 i “piccoli” che versano in questa poco simpatica situazione e visto che le continue sollecitazioni non hanno sortito effetti, gli imprenditori si sono organizzati per attivare un maxi contenzioso: i subappaltatori sono decisi a rivolgersi anche alla procura della Repubblica.
Tutto ciò, come denunciano i subappaltatori, per scoperchiare un pentolone che farebbe venire fuori anche pesanti responsabilità, non solo degli imprenditori che non pagano e che falsificano documenti, ma anche di funzionari dei vari uffici comunali che non fanno neppure controlli a campione sulle pratiche e che finora se ne sono infischiati delle segnalazioni.
Per non parlare poi, sempre stando agli insorti, dei direttori dei lavori che non possono non sapere di queste cattive abitudini delle imprese.
L’emersione dell’ennesimo fenomeno illegale ripropone l’emergenza di maglie troppo larghe nella normativa che regola la ricostruzione privata post-sisma e la necessità di una legge che regoli un comparto da troppo tempo fuori controllo.
A tale proposito, al ritardo con cui si è intervenuti, si aggiunge quello accumulato dall’annuncio del varo di nuova legge che risale al giugno scorso, all’indomani dei clamorosi arresti di imprenditori per presunte infiltrazioni del clan dei Casalesi proprio nella ricostruzione privata.
Un avvenimento che ha fatto precipitare all’Aquila prima il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti,e poi il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi.
A fare l’annuncio è stato l’allora sottosegretario all’Economia delegato anche alla Ricostruzione, l’abruzzese Giovanni Legnini, eletto poi alla vice presidenza del Consiglio superiore della magistratura, nomina in virtù della quale si è dimesso dal governo e dal parlamento.
Le dimissioni e la mancata sostituzione dell’esponente del Pd hanno contribuito a che la bozza rimanesse tale.
Il nuovo caso si origina dalla regola in base alla quale, per ricevere il pagamento degli stati di avanzamento, le imprese che si aggiudicano lavori privati devono presentare le prove dell’avvenuto pagamento dei subappaltatori e dei fornitori.
Secondo quanto denunciato dalle ditte, attraverso autocertificazioni vengono attestati finti pagamenti, in realtà mai avvenuti. Dall’altra parte, ai subappaltatori che si assicura di aver pagato viene detto che saranno saldati in futuro, con tempi incerti e a volte anche rateizzando gli importi e, a volte, anche con prese in giro e persino minacce.
Di qui la rivolta di 150 imprese che si stanno organizzando per portare allo scoperto la loro protesta.
Che cosa ci facciano le ditte con quei soldi piuttosto che pagare chi ha lavorato per loro non è dato saperlo, evidentemente vengono impiegati per risanare finanze precarie oppure tappare altri buchi.
Ulteriore elemento aggravante è che i subappaltatori hanno già tirato fuori risorse per i compensi delle loro maestranze e per i fornitori. In alcuni casi, stanno aspettando i soldi da anni.
Oltre ai possibili risvolti penali che dovessero nascere da un’ennesima inchiesta giudiziaria sulla ricostruzione, il caso potrebbe essere sanato dalla nuova legge sulle ‘regole del gioco’ in preparazione ormai da mesi.
L’uscita di Legnini dal governo ha rallentato notevolmente i lavori, l’Abruzzo si è trovato scoperto come interlocutori istituzionali autorevoli.
Eppure nella recente conferenza stampa del Partito democratico in cui sono stati annunciati 5,1 miliardi di euro di fondi inseriti in finanziaria, 2,2 dei quali certi per i prossimi 3 anni, è stato assicurato che sarà solo uno stop&go e l’iter della legge riprenderà.
Con questa dinamica, con un capitolo in più.
FRATTALE: ”CHI AUTOCERTIFICA IL FALSO VA RADIATO”
“Se un’impresa autocertifica un pagamento falso deve essere radiata dalla Soa e segnalata al Consiglio superiore dei lavori pubblici perché le chiacchiere se le porta il vento”.
Così il presidente provinciale aquilano dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), Gianni Frattale, replica all’articolo di AbruzzoWeb che ha evidenziato la rivolta di 150 subappaltatori mai pagati per lavori svolti nell’ambito della ricostruzione post-sisma a fronte di false attestazioni, pronti a ricorrere alla procura della Repubblica per vedersi riconosciuti i propri diritti e scampare al fallimento.
Le Soa da cui Frattale propone di radiare gli irregolari sono società organismi di attestazione che certificano per conto dello Stato le imprese che hanno le carte in regola per partecipare agli appalti pubblici in base alle norme vigenti. Far fuori una ditta dagli elenchi significherebbe quindi escluderla da ogni possibile lavoro pubblico.
“Se sono iscritti all’Ance ben venga, sarà l’Ance a promuovere queste iniziative affinché vengano tutelati”, assicura Frattale ai subappaltatori, anche se poi pone una serie di dubbi.
“Ho letto l’articolo con grande rammarico, ma prima di creare allerta o confusione vanno riscontrati i fatti – afferma – Si parla di procura e 150 gradirei avere l’elenco, gradirei avere proiezioni di coloro che emettono documentazioni false, gradirei conoscere se questi sono ancora strascichi vecchi o di oggi”.
Singolare che il presidente di un’associazione di categoria chieda a una testata di conoscere informazioni sulle imprese che ne fanno parte, dati che forse sfuggono al suo controllo.
“Tutti mi tiravano per la giacca quando è stato inserito l’emendamento nel ‘decreto del fare’: tutti volevano la dichiarazione ma il sottoscritto, come rappresentante dell’Ance, si è impegnato per l’autocertificazione”, conclude. (alb.or.)



