L’AQUILA – “I fatti sono stati deformati e inseriti in una forma che non gli apparteneva”.

Così l’avvocato Roberto Petrelli, che assiste Franco Barberi, in avvio della quarta udienza del processo d’Appello alla commissione Grandi rischi, condannata nella sua composizione del 31 marzo 2009 per omicidio colposo e lesioni colpose con l’accusa di aver rassicurato gli aquilani e sottovalutato il rischio sismico a 5 giorni dal terremoto del 6 aprile.

Un’udienza, quella di oggi, dove si sono susseguite tre interventi difensivi, oltre a quello di Petrelli anche quelli di Filippo Dinacci e Marcello Melandri, che hanno assestato una serie di attacchi tanto al capo di imputazione del pubblico ministero Fabio Picuti quanto, soprattutto, alla sentenza di primo grado del giudice Marco Billi, contentente, secondo quanto tuonato da Petrelli, “affermazioni squinternate”.

Tutti e tre hanno chiesto, ovviamente, l’assoluzione per il loro assistito, ma anche, specialmente Melandri in generale, per tutti gli imputati.

Dopo i difensori ha preso brevemente la parola uno degli imputati, Enzo Boschi, ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), per alcuni chiarimenti sul suo studio del 1995 più volte citato tra le carte processuali.

“Il mio lavoro del 1995 mette in evidenza che la previsione dei terremoti non si può fare su basi statistiche né deterministiche, sulla base dei precursori e nemmeno analizzando i terremoti precedenti – ha detto lo studioso – Una sequenza sismica non fa arrivare un terremoto più forte. Quello che succede è che una scossa forte fa venire poi una sequenza come successo qui all’Aquila”. Tanto che, ha ricordato, “con la Protezione civile affrontammo la possibilità che altre scosse forti facessero crollare la diga di Campotosto”.

Al termine dell’udienza il presidente del collegio giudicante, Fabrizia Francabandera, ha aggiornato a venerdì prossimo, 31 ottobre, quando parleranno, come già programmato, gli ultimi due avvocati difensori: Enzo Musco, per Gian Michele Calvi, e Alfredo Biondi, per Claudio Eva.

A quel punto, se l’avvocato generale della procura, Romolo Como, che rappresenta l’accusa, deciderà di non replicare alle arringhe difensive, i magistrati entreranno in camera di Consiglio e si arriverà alla sentenza.

Altrimenti, comincerà la sequela della replica del pg e delle parti civili e le controrepliche delle difese, cui spetta sempre l’ultima parola, e si entrerà in camera di Consiglio venerdì 8 “o più probabilmente lunedì 10”, come ipotizzato dalla presidente.

PETRELLI: “LA CGR FU CONVOCATA, RESPONSABILITA’ DELLA PROTEZIONE CIVILE”

“La teoria delle rappresentazioni sociali era quanto di meno adeguato ai fini di una lettura processuale”, ha detto Petrelli nell’avvio della sua arringa, prendendo di mira la teoria utilizzata in primo grado come cardine del castello accusatorio per dimostrare che le risultanze della riunione determinarono la decisione degli aquilani rassicurati di rimanere in casa dopo le scosse precedenti a quella delle 3.32, invece di uscire come da abitudine.

“Il pm non ha chiesto al suo consulente Antonello Ciccozzi di definire le modalità attraverso le quali per avventura la teoria avrebbe potuto dar conto di determinati meccanismi sociali – ha attaccato contestando il pm Fabio Picuti – ma al contrario nel suo incarico di consulenza ha chiesto se le condotte abbiano potuto produrre gli eventi”.

”AFFERMAZIONI SQUINTERNATE”

“Il giudice ammette di non sapere nulla di sismologia ma afferma che bisognasse approfondire lo sciame sismico. Possono stare insieme in una stessa sentenza affermazioni così squinternate?”.

Durissimo, poi, l’attacco di Petrelli al giudice di primo grado del processo Grandi rischi, Marco Billi, in un passaggio della sua arringa.

Petrelli ha anche contestato una “affermazione totalmente deresponsabilizzante nei confronti degli amministratori, ossia che è inutile e non attuabile lavorare alla sicurezza delle abitazioni. Può un giudice della Repubblica affermarlo? È una pagina bruttissima della sentenza e della giustizia italiana. Si provi a dirla oggi a Genova, una frase del genere, dopo l’alluvione”.

”LA COMMISSIONE NON SI AUTOCONVOCO”’

Secondo il difensore di Barberi, quando la commissione Grandi rischi si ritrovò all’Aquila il 31 marzo 2009 non fu perché “essa decise di autoriunirsi: ma perché fu convocata, con tanto di lettera di convocazione”, ha affermato alludendo alla missiva della Protezione civile di quella data.

Quindi per Petrelli la Grandi rischi fu convocata all’Aquila “per fornire ai cittadini abruzzesi le informazioni sullo sciame sismico, la responsabilità primaria è di chi convocò quella riunione”, ha detto indicando chiaramente le responsabilità della Protezione Civile e dei suoi vertici.

“Alcun compito di informare la popolazione aquilana gravava sui singoli esperti. La comunicazione – ha evidenziato – incombeva sui partecipanti esterni alla riunione e cioè su quei soggetti che rappresentavano la Protezione civile a livello centrale: professor De Bernardinis, sindaco Cialente, assessore Stati, indicati espressamente nel varbale della seduta come persone presenti per il Dipartimento”.

Sempre secondo la ricostruzione fatta in aula da Petrelli, le valutazioni operate dagli esperti presenti alla riunione, in definitiva, “non furono né inefficaci, né approssimative, né generiche, ove riportate al patrimonio di conoscenze tecnico-scientifiche a disposizione degli imputati al momento del fatto e sarebbe impossibile quantificare il presunto rimprovero mosso agli scienziati, in un contesto generale di approssimazione delle conoscenze e di contraddittorietà delle valutazioni di coloro che si occupano ex professo di sismologia”.

DINACCI: ”COLPEVOLI PER NON AVER DIMINUITO RISCHIO IMPREVEDIBILE”

“Si può costruire una colpa su un rischio, quello sismico, il cui risultato potrebbe dare conseguenze non prevedibili e non controllabili? Gli imputati sono stati ritenuti colpevoli per non aver diminuito un rischio imprevedibile”, le parole di Filippo Dinacci, che assiste Bernardo De Bernardinis e Mauro Dolce, nella sua arringa in udienza. 

“Al di là del diritto occorre anche un po’ di buon senso, non si può esigere un comportamento oltre le umane conoscenze”, ha aggiunto Dinacci, secondo cui la sentenza “cerca di costruire con massime di esperienza ciò che non ha regole scientifiche inoltre definisce come comportamento alternativo lecito tutto quello che non è contenuto nel capo di imputazione”.

“Non c’è una prova o un argomento logico che ci dica che sarebbe bastato ‘non dire’ da parte degli imputati per non causare quei decessi”.

Come già in primo grado, Dinacci ha esaminato molto criticamente le numerose testimonianze dell’accusa in primo grado di familiari delle vittime che affermavano che i loro cari erano stati rassicurati dalle risultanze della riunione.

“Non è vero che abbiamo messo in dubbio l’attendibilità dei testimoni – ha premesso – ma un dato probatorio va valutato: i testi dicono che la comunicazione Cgr non è stata percepita direttamente”.

“Nessuno ha saputo precisare che cosa fosse stato effettivamente detto, ma tutti hanno solo affermato di essere stati rassicurati, c’è indeterminatezza del messaggio comunicazionale che avrebbe rassicurato – ha fatto notare il legale – Abbiamo comportamenti diversi, all’interno dello stesso nucleo familiare c’è chi la pensa in un modo e chi in un altro. Insomma, la percezione della tranquillizzazione è stata soggettiva”.

Un’altra critica alla situazione ambientale nel processo di primo grado, in riferimento alle recriminazioni giunte dai banchi dei parenti delle vittime. “In aula ci sono stati momenti in cui, al di là del dissenso, non c’è stato rispetto per gli imputati”, ha concluso Dinacci.

“LA COMUNICAZIONE SPETTAVA A CIALENTE”

“Se c’è stato un eventuale, e tutto da verificare, malfunzionamento della comunicazione sugli esiti della famosa riunione della commissione Grandi rischi il 31 marzo 2009, le famose ‘rassicurazioni agli aquilani’, la responsabilità non può essere del dipartimento della Protezione civile, cioè di Roma, ma degli organismi territoriali, cioè aquilani”.

Questo uno dei passaggi più delicati dell’arringa dell’avvocato Filippo Dinacci, difensore dell’ex vice capo dipartimento della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis, e dell’ex responsabile del rischio sismico dello stesso ente, Mauro Dolce.

“Ammesso e non concesso che qualcuno ci avesse detto che cosa avremmo dovuto fare, è bene chiarire che il dipartimento della Protezione civile non ha competenze sismologiche, le eventuali responsabilità della Protezione civile sono solo postume a un evento – ha chiarito Dinacci – Come si può quindi insinuare che dei dipendenti possano orientare le scelte comunicative della Cgr?”.

“Roma non è responsabile della comunicazione in loco prima di ogni evento: la Protezione civile sul territorio è prima di tutto il sindaco”, ha ricordato.

La tesi di Dinacci è quindi che il principale attore della comunicazione dovesse essere individuato nell’allora e attuale sindaco, Massimo Cialente, e in secondo battuta, nell’assessore regionale alla Protezione civile, Daniela Stati, quest’ultima indagata e poi archiviata in un procedimento connesso al processo principale.

MELANDRI: “LA CGR NON HA RASSICURATO, I MEDIA SI”’

“A testimoniare è venuta gente di una compostezza e di una spontaneità fuori dal normale, tutti hanno detto la stessa cosa, la Cgr ci ha rassicurato perché ci ha detto che si trattava di uno scarico di energia. O tutti sono d’accordo, e non voglio neanche pensarci, oppure tutti hanno sentito quella sola frase, ed è così perché i mass media hanno mistificato riportando questo invece di quanto affermato dalla commissione, che era tutta altra cosa”.

Così l’avvocato Marcello Melandri, che assiste l’ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, nella sua arringa nell’ambito del processo di Appello alla commissione Grandi rischi.

“Non è la commissione che ha rassicurato, nessuno ha detto state a casa perché c’è uno scarico di energia – ha insistito – Sfido chiunque a trovare una parola nei verbali che non sia esattamente il contrario della parola tranquillizzare”.

”IGNORATO CIALENTE, MA ANCHE DI ORIO CHE RASSICURAVA”

Secondo Melandri, nella sentenza di primo grado “il giudice ha ignorato completamente la testimonianza del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, che non si sentiva affatto rassicurato, eppure era il responsabile locale della Protezione civile”.

“La sentenza – ha aggiunto – ignora anche l’ex rettore dell’Università Ferdinando Di Orio che diceva ‘state tranquilli perché il terremoto non ci sarà, sono uno scienziato e non chiudo l’Università’. Al processo di primo grado c’era un’auto che lo mandava con l’altoparlante e veniva allontanata a ogni udienza”, ha ricordato.

Contestata anche un’affermazione del giudice Marco Billi sull’intervista di Bernardo De Bernardinis svolta dal giornalista Gianfranco Colacito e segnatamente il passaggio sullo scarico di energia. “Per il giudice ‘lo ha detto prima ma è come se l’avesse detto dopo’. Come si fa ad avere il coraggio di scriverlo? Per il giudice è un manifesto, che cosa vuol dire che è il manifesto? È come se De Bernardinis avesse detto l’altra sera che la Juventus avrebbe perso e poi ha perso, De Bernardinis ha fatto il manifesto della partita?”.

Non risparmiata neanche Daniela Stati, ex assessore regionale alla Protezione civile, indagata e poi archiviata dopo la diffusione di un’intercettazione con l’ex capo dipartimento Guido Bertolaso, quest’ultimo verso la richiesta di rinvio a giudizio da parte della procura generale dopo due richieste di archiviazione rifiutate della procura della Repubblica.

“La Stati ha mentito tentando di nascondere quella telefonata che in quel momento solo lei conosceva”, è sbottato Melandri alludendo alla testimonianza nel processo di primo grado.

“Chiedo l’assoluzione di Boschi e oserei dire di tutti gli altri perché nessuno di loro ha commesso il fatto”, ha concluso l’avvocato.

IL PROCESSO

L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è stato condannato nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 29 persone.

I condannati in primo grado a 6 anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni personali colpose sono Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.

Originata dall’esposto di un avvocato aquilano, Antonio Valentini, per conto di alcuni familiari delle vittime del sisma, l’inchiesta è divenuta di pubblico dominio il 3 giugno 2010 con l’emissione di sette avvisi di garanzia.

Il 10 dicembre 2010 l’esordio in aula per l’udienza preliminare, conclusa con il rinvio a giudizio per tutti; il 20 settembre 2011 la prima udienza dibattimentale, con il giudice Billi che ha imposto un ritmo veloce, spesso un appuntamento a settimana.

Ecco perché dopo un anno e un mese, un tempo considerato record per un dibattimento così delicato, il 22 ottobre 2012 è arrivata la sentenza di primo grado, esplicitata dal magistrato in 950 pagine di motivazioni il 18 gennaio 2013 (mentre 500 erano le pagine della requisitoria scritta dei pubblici ministeri Fabio Picuti e Roberta D’Avolio).

Definito spesso “processo alla scienza” (erroneamente secondo l’accusa e il giudice), questo dibattimento ha avuto una rilevanza internazionale, seguito dai media di tutto il mondo e anche da riviste scientifiche estere.

Nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati quasi 300 testimoni tra quelli dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese. Nelle deposizioni i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.

Una tesi rifiutata dalle difese, che annoverano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea.

I PROTAGONISTI DELL’APPELLO
I GIUDICI
Fabrizia Ida Francabandera | Carla De Matteis | Marco Flamini
L’ACCUSA
Avvocato generale
Romolo Como
LA DIFESA
Imputato Avvocato
Franco Barberi Francesco Petrelli
Bernardo De Bernardinis Filippo Dinacci
Enzo Boschi Marcello Melandri
Giulio Selvaggi Franco Coppi
Gian Michele Calvi Enzo Musco
Claudio Eva Alfredo Biondi e Alessandra Stefano
Mauro Dolce Filippo Dinacci
I DOCUMENTI
Il verbale | Il castello accusatorio | Requisitoria 1° grado
LA SENTENZA INTEGRALE di 1° grado

Processo Grandi Rischi, la sentenza by Alberto Orsini