L’AQUILA – Tutto pronto al secondo atto di uno dei processi più importanti del post-terremoto dell’Aquila, quello alla commissione Grandi rischi, che domani dalle 9.30 approderà in Corte d’Appello.

L’organo scientifico consultivo della presidenza del Consiglio dei ministri si riunì all’Aquila oltre 5 anni fa, il 31 marzo 2009, a 5 giorni dal sisma delle 3.32 che avrebbe distrutto il capoluogo.

Da quella riunione dei massimi esperti in materia di terremoti e rischio sismico uscirono poche indicazioni e ben confuse per gli aquilani in riferimento allo sciame che da mesi, dalla fine del 2008, tormentava le notti dei cittadini, ancora ignari di quello che sarebbe capitato.

Indicazioni rassicuranti e rischio sismico sottovalutato: lo gridarono, lo gridano ancora, tanti aquilani, lo afferma soprattutto la sentenza di primo grado con cui, il 22 ottobre 2012, il giudice del tribunale dell’Aquila Marco Billi ha condannato i sette partecipanti ufficiali a quella riunione a 6 anni di carcere ciascuno. E in 950 pagine di motivazioni ha poi spiegato perché.

Da domani comincia il processo di secondo grado. Il dibattimento dovrebbe articolarsi con un paio di udienze a settimana, pensando di finire tutto entro il mese di ottobre.

L’idea, da quanto appreso, è tenere le udienze il venerdì e il sabato di tutte le settimane, le parti dovranno accordarsi in aula su questa o altre ipotesi.

A giudicare nuovamente i 7 esperti imputati di omicidio colposo e lesioni colpose sarà un collegio giudicante composto da Fabrizia Ida Francabandera (uno dei due presidenti di sezione Penale), Carla De Matteis e Marco Flamini (consiglieri).

A sostenere l’accusa sarà invece l’avvocato generale, ovvero il numero 2 della procura generale, Romolo Como, che alla vigilia ha rilasciato alcune dichiarazioni ad AbruzzoWeb assieme a uno degli avvocati di punta di questo processo, Marcello Melandri, difensore di Enzo Boschi.

“La tesi accusatoria (dei pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, ndr) è abbastanza ben strutturata, cercherò di dare un’impostazione più concentrata sui punti più importanti, ma l’impianto è quello – spiega Como – Per me è una vigilia tranquilla, farò il mio lavoro senza problemi anche se è un processo un po’ difficile, un po’ particolare, dall’esito non scontato”.

L’avvocato generale, tra l’altro, sta curando anche l’indagine satellite sull’ex capo dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso. Un’inchiesta che, dopo due richieste di archiviazione da parte della procura della Repubblica respinte dal giudice per le indagini preliminari, è stata avocata dalla procura generale e affidata a lui, che sembra invece orientato a chiedere il rinvio a giudizio.

“Nel processo che comincia domani, Bertolaso c’entra marginalmente, è un procedimento diverso -afferma però Como in vista di domani – Per ora non si intrecciano anche se, parlando dell’uno, non si potrà evitare di accennare all’altro”.

Como ricorda anche che “la sentenza stessa di primo grado accenna all’eventuale input di Bertolaso, dice che gli esperti hanno fatto una valutazione dei rischi in senso più ottimistico perché così era l’indirizzo della convocazione della riunione”.

Il riferimento è alla famosa telefonata intercettata con l’allora assessore regionale al ramo Daniela Stati, lei pure indagata ma poi archiviata, in cui Bertolaso ammetteva che la Cgr era convocata “perché vogliamo tranquillizzare la gente”, frase che ha portato a esposti e, appunto, alla tormentata indagine “Grandi rischi 2”.

“Sono molto fiducioso per quanto riguarda la mia posizione, come lo ero in primo grado – racconta l’avvocato Melandri – Enzo Boschi con quella riunione non ci entra nulla, ma previsioni sul processo non si possono, anzi, non si devono fare”.

Sulla scansione delle udienze, il legale non sembra avere particolare fretta. “Due udienze a settimana? Così smettiamo di lavorare e facciamo solo questo! – esclama – Anche se si vogliono fare le cose di corsa, senza violare o violentare nulla, in 4-5 udienze si finisce, non c’è bisogno di correre tanto”.

Sulla vicenda Bertolaso, infine, Melandri, già battagliero come quando veste la toga, ricorda che “è l’avvocato generale che lo ha avocato a sé quel procedimento: non potrà fare finta di niente”.

Il primo atto è stato seguitissimo, diventando un caso internazionale anche su riviste prestigiose di settore come Science o Nature.

Subito bollato come ‘processo alla scienza che non ha previsto il sisma’, ha diviso in due l’opinione pubblica tra innocentisti (molti) e colpevolisti (meno).

Gli uni e gli altri si sono scatenati il giorno del verdetto e ognuno in Italia si è sentito in diritto di intervenire. Ma da domani saranno ancora i giudici ad avere l’ultima e definitiva parola.

IL PROCESSO

L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è stato condannato nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 29 persone.

Originata dall’esposto di un avvocato aquilano, Antonio Valentini, per conto di alcuni familiari delle vittime del sisma, l’inchiesta è divenuta di pubblico dominio il 3 giugno 2010 con l’emissione di sette avvisi di garanzia.

Il 10 dicembre 2010 l’esordio in aula per l’udienza preliminare, conclusa con il rinvio a giudizio per tutti; il 20 settembre 2011 la prima udienza dibattimentale, con il giudice Billi che ha imposto un ritmo veloce, spesso un appuntamento a settimana.

Ecco perché dopo un anno e un mese, un tempo considerato record per un dibattimento così delicato, il 22 ottobre 2012 è arrivata la sentenza di primo grado, esplicitata dal magistrato in 950 pagine di motivazioni il 18 gennaio 2013 (mentre 500 erano le pagine della requisitoria scritta dei pubblici ministeri Fabio Picuti e Roberta D’Avolio).

Definito spesso “processo alla scienza” (erroneamente secondo l’accusa), questo dibattimento ha avuto una rilevanza internazionale, seguito dai media di tutto il mondo e anche da riviste scientifiche estere.

Nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati quasi 300 testimoni tra quelli dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese. Nelle deposizioni i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.

Una tesi rifiutata dalle difese, che annoveravano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea.

I condannati in primo grado a sei anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni personali colpose sono Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che è stato sempre presente in aula in tutte le udienze), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.