CHIETI – Un rossetto rosso, due occhi verdi magnetici, nel cuore uno scrigno di sogni eleganti: Giulia Di Quilio, la grinta di una giovane di Chieti che, a Roma, ha trovato un successo da Oscar, quello del film La grande bellezza.

I suoi sogni l’hanno portata nella Capitale quando non era neppure maggiorenne. A 34 anni, oggi, l’attrice teatina vanta numerose partecipazioni a film di rilievo, tra cui quello di Paolo Sorrentino, ma l’inizio è stato duro.

Il suo talento si è forgiato nella voce profonda del teatro ed è stato presto notato dal mondo del cinema: nel 2006, il suo primo ruolo di rilievo nel film Le ferie di Licu di Vittorio Moroni e subito dopo la partecipazione al film La Sconosciuta di Giuseppe Tornatore, nel quale l’audace Giulia ha prestato il suo corpo nelle scene di nudo come doppio.

Ed è stata la sua sensualità corporea, unita a uno sguardo intenso, ad aprirle le porte del Burlesque: nel 2011 ha partecipato al talent televisivo in onda su Sky Uno Lady Burlesque, classificandosi tra le finaliste, e in seguito è salita sul palco del Salone Margherita di Roma con il musical Burlesque Dalla foglia alla Voglia, diretto da Gino Landi.

Un passaggio decisivo prima dell’incontro con Sorrentino e la partecipazione a una scena sensuale nel lungometraggio premiato con l’Oscar 2013 come miglior film straniero, “sul set c’era un’atmosfera particolare, ma quel premio non me lo aspettavo”.

A questo giornale si è confessata un’attrice che è prima di tutto una donna: l’eleganza femminile e la gentilezza di chi è salita su un piedistallo di successo ma calpesta la stessa terra di quand’era ragazza. L’umiltà di chi sa sognare.

La straordinaria carica di Giulia Di Quilio, raccontata ad AbruzzoWeb.

Scavando nelle radici della sua carriera: si è trasferita a Roma che non era neanche maggiorenne, per studiare recitazione. Questo coraggio da che cosa era alimentato?

Sin da piccola sognavo di vivere in una grande città, forse perché i film e i telefilm che guardavo erano tutti ambientati a New York, e nel mio immaginario c’era la “vita” della grande città contrapposta alla noia della provincia. Sono nata e cresciuta in una “contrada”, che è ancora più piccola di un vero e proprio paese, e pensi che era talmente forte per me il desiderio di avere “più scelta e più vita” come in città, che mi adoperavo concretamente per cambiare le cose nel posto in cui vivevo: a 10 anni ho scritto una lettera all’allora sindaco di Chieti, Andrea Buracchio, chiedendogli di “portare” un’edicola e una videoteca al Bivio, (Bivio Brecciarola), e firmandola a nome dei “ragazzi del Bivio”. Lui mi rispose addirittura, ma solo dopo diversi anni. E, quando ormai mi ero trasferita a Roma, è arrivata davvero una videoteca al Bivio.

A Roma, Giulia Di Quilio è sbocciata. Cinema, Teatro e Burlesque: qual è la matrice di queste forme d’arte?

Sono linguaggi apparentemente molto differenti tra loro, ma hanno la stessa matrice, o meglio, gli stessi “strumenti”: il corpo, la voce, il movimento e lo sguardo. Mi piace esprimermi attraverso le arti performative. Con la macchina da presa ho un rapporto un po’ speciale, intimo, direi, avendo cominciato come modella ritrovo lo stesso approccio che ho con l’obbiettivo: un occhio per cui mettermi a disposizione. Nel teatro e nel burlesque, invece, è il pubblico a fare la differenza. Nel burlesque il limite si spinge ancora oltre: si ha l’abbattimento della “quarta parete”. Lo spettatore è parte viva dello spettacolo: è libero di fischiare, ridere, urlare, svincolato dai limiti imposti dal rigoroso rispetto della platea, e può modificare l’andamento di uno show.

Qual è il “posto” dove preferisce esibirsi, tra teatro, cinema e burlesque?

Sono tutti e tre indispensabili per me, ormai. Mettiamola cosi: sono tutte parti vitali di uno stesso organismo.  Il teatro è la testa, perché attraverso i personaggi faccio ragionamenti ed elucubrazioni per arrivare a capirne i sentimenti e il percorso. Il cinema è il cuore pulsante: mi rende felice stare sul set, dialogare con la macchina da presa e dare spazio al lato più narcisistico di me stessa. Il burlesque è il corpo: non c’è la parola ad aiutarmi. Quindi, l’espressione passa attraverso la corporeità. Una sfida sempre nuova.

Ha collaborato con registi molto importanti. Il primo approccio con Tornatore com’è stato?

Indimenticabile. Mi vide al provino e mi disse che ero perfetta per controfigurare Ksenia Rappoport, stessa pelle bianchissima e stesse gambe, ma che gli dispiaceva, visto che ero un’attrice, non potermi offrire un vero e proprio ruolo. Così, vedendo il mio disappunto, al primo giorno di set da controfigura, mi disse che aveva pensato a un piccolissimo ruolo per me, con delle battute. Ero felicissima: sono stata inserita nei crediti del cast, cosa che non viene riservata alle controfigure.

Questo le ha dato una bella carica, nel mondo della recitazione?

È stata una delle mie prime esperienze: ho scoperto che recitare, a volte, può essere un gioco. Mi sono fatta guidare dall’esperienza di Tornatore. E i suoi consigli mi sono tornati utili molto spesso.

E non si dimentichi la sua parte anche in un film di Federico Moccia, tra l’altro sindaco del paese chietino di Rosello: come ricorda questa esperienza?

È stato divertente lavorare con lui, scambiarsi delle idee. Ogni personaggio viene creato dalla cooperazione tra regista e attore. E Federico ha ascoltato e accolto le mie proposte. Persino il nome dato al mio personaggio: Virginia.

C’è stato un provino, però, che l’ha condotta nelle riprese di un film da Oscar: quello con Paolo Sorrentino. Durante le riprese, era cosciente e immaginava che quel film sarebbe arrivato a vincere il riconoscimento più prestigioso?

Si percepiva un clima “importante” sul set: una serietà, un’attenzione diverse dal solito. Quelli che avevano letto l’intero copione, pochissimi, assicuravano fosse un capolavoro. Ero già un’estimatrice di Sorrentino, e immaginavo che questo film avrebbe ricevuto riconoscimenti, ma all’Oscar, all’epoca, non avevo proprio pensato.

Quali erano i requisiti che Sorrentino reclamava per questo film? È stata una sorpresa per lei o immaginava che avrebbe superato il provino per far parte di questo cast eccezionale?

Cercava volti particolari, facce che esprimessero un carattere: ogni faccia che si vede nel film è stata scelta da lui, anche le semplici figurazioni. Io ho sostenuto il provino per il ruolo di questa donna che deve sedurre Jep Gambardella nella festa a casa sua, e all’inizio ero sicura di non esser stata scelta. Dopo una settimana, invece, sono stata richiamata per un “call back”. E allora ho sentito di potercela fare. Paolo ama gli attori di teatro, e io, in quei giorni, ero in scena con uno spettacolo teatrale. Questo credo abbia giocato a mio favore.

Anche in La grande bellezza, lei ha incarnato le vesti di un personaggio sensuale e attraente. La sua bellezza e sensualità le concedono di ottenere parti molto simili tra di loro, in molti film. Le piacerebbe, invece, investire il ruolo di un personaggio dalle caratteristiche completamente diverse?

Ogni ruolo, per quanto simile, è diverso. Ogni personaggio ha la propria motivazione a essere così com’è, a fare le scelte che fa. Quindi, ogni volta che mi approccio a un nuovo personaggio, è come creare qualcosa di completamente nuovo. Anche quando si tratta di giovare con le sfumature della seduzione. Se ci pensa, ci sono tanti tipi di seduzione, quasi infiniti. E ciò che mi attrae di questo lavoro è la “maschera”: il mascheramento per cui, di volta in volta, si diventa diversi da sé. Io nella vita reale non sono affatto quella donna sensuale che mi diverto a interpretare.

Tutti ricordano con molta perplessità il discorso con cui Paolo Sorrentino ha ritirato l’Oscar: conciso, freddo, quasi timido, specialmente a paragonarlo al discorso entusiasmante e alla reazione stravagante che ebbe Roberto Benigni alla premiazione di La vita è bella nel 1999. Crede che il breve discorso di Sorrentino, sia dovuto a esagerata emozione interiore o a timidezza? Anche dietro le cineprese, è un uomo di poche parole?

È una persona molto riservata anche sul set. Detto questo, credo che un artista non debba per forza parlare di sé o dei propri film. A parlare devono essere le sue opere. Uno dei miei registi preferiti, Terence Malick, non rilascia interviste da anni. Ma noi conosciamo il suo pensiero attraverso i suoi film; così come non sappiamo nulla di William Shakespeare, eppure continuiamo, ancora oggi, a rappresentarlo. Oscar Wilde diceva: “Rivelare l’arte e celare l’artista, questo è lo scopo dell’Arte”.

La grande bellezza è un film che, in Italia, è stato anche molto criticato. Lei ha avutola possibilità di vivere il film dalla nascita, nel suo evolversi. Su che cosa si soffermava Sorrentino? Che cosa ha voluto raccontare con questo film?

È stato un film criticato, ma anche molto amato. Ho ricevuto moltissime telefonate durante i mesi in cui il film è stato nelle sale, e poi agli Oscar. Non avevo mai riscontrato tanto interesse per gli altri film che avevo interpretato: segnale che tutti, ma proprio tutti, fossero andati a vederlo, cosa ormai abbastanza rara per un film italiano. Il film è pieno di significati e ha diversi piani di lettura, ma non vorrei banalizzarlo in un solo concetto, e certo non posso nemmeno dilungarmi troppo in una tesi sul film. Posso solo dire che, per me, La grande bellezza è la bellezza in disfacimento delle nature morte barocche: un mondo dove si confondono alto e basso, meschinità e grandezza, musica sacra e ritmi techno.

Si è trovata a lavorare con un cast d’eccezione. Da Verdone a Toni Servillo. È proprio con Toni Servillo che ha girato le sue scene nei panni di una donna che voleva sedurlo.

È un grandissimo attore: è stato facile lavorare con lui, come lo è sempre con i grandi professionisti. Abbiamo parlato molto del nostro interesse comune: il teatro. E sul set ha saputo mettermi a mio agio.

Girare un film di questo spessore, raccoglie maggiore attenzione anche nell’organizzazione. Quali attenzioni ha ricevuto, dietro le quinte?

La produzione è stata squisita con me: sono stata coccolata nel vero senso della parola. Alla seconda scena in notturna, erano le 5 del mattino, per via dell’umidità, avevo il torcicollo: la produzione mi ha fatto avere il Voltaren in camerino, anticipando la mia richiesta.

Seppure alle prime esperienze, ha recitato già in un film che è arrivato a vincere l’Oscar. Quale sarà il prossimo obiettivo? Forse Hollywood?

Mi basta continuare a fare ciò che mi piace.

Scherzi a parte, quali sono i suoi futuri progetti? Ora vuole concentrarsi sul cinema o sul Burlesque?

A novembre sarò in teatro con La Dea del’amore di Woody Allen nell’ adattamento italiano di Antonello Avallone. Interpreterò la Dea, Linda Ash, un ruolo davvero unico.

Tra dieci anni, Giulia Di Quilio quali premi sogna di avere sul comodino?

Non so quali, ma spero siano tanti!