L’AQUILA – Soldi a parte, a oltre 5 anni dal terremoto del 6 aprile 2009 il buco nero più grande della ricostruzione post-sisma dell’Aquila e del “cratere” resta sempre quello degli appalti privati “fuori controllo” perché carenti di regole e possibilità di ricorso giudiziario, come AbruzzoWeb va scrivendo fin dal 2010.

Un imprenditore convinto di essere stato danneggiato dalle scelte dei cittadini sui lavori non può fare ricorso ad alcun ente giudiziario, con tutti gli attori principali della governance della ricostruzione che si dichiarano incompetenti a gestire eventuali controversie.

Una tegola che ora il governo e la governance locale vogliono affrontare e possibilmente risolvere, riscrivendo ancora una volta le regole del gioco e sperando, questa volta, di azzeccarci, in vista dei tavoli tecnici di settembre preventivi al varo di una nuova legge sulla ricostruzione.

Con l’occasione, verranno messe sul piatto altre asperità da appianare nel quadro normativo: normazione chiara e definitiva delle possibili cessioni dei contratti dei lavori per le aziende che sono in difficoltà economiche, cessioni fin qui avvenute alla rinfusa, e anche forme di salvaguardia per i subappaltatori coinvolti in questo “calciomercato”.

È una terra di nessuno, la ricostruzione privata. Da un lato, infatti, l’assenza di norme chiare e stringenti consente spazi di manovra per accaparrarsi i lavori a tecnici e imprese particolarmente capaci e persuasivi, e fin qui niente di male, a patto che siano in grado di concludere le commesse senza subappaltare alla chetichella.

Dall’altro, però, la “ricostruzione selvaggia” offre il fianco a possibili infiltrazioni della criminalità organizzata, come testimoniato dalle recenti inchieste giudiziarie che hanno portato a indagini e arresti di imprenditori, anche molto noti, che secondo le accuse hanno sfruttato le zone d’ombra tra i testi normativi per massimizzare i profitti in modo illecito grazie all’aiuto della camorra.

Al di là di qualche paletto, insomma, non ci sono regole nell’assegnazione dei lavori: le assemblee all’interno dei consorzi sono sovrane nel decidere chi dovrà rimettere a nuovo le loro case, decretando i destini di aggregati che ormai, essendo rimasta solo la ricostruzione “pesante”, valgono anche fior di milioni di euro.

I giudici amministrativi hanno già chiarito in modo definitivo che, trattandosi di lavori privati, non possono valere le mille limitazioni imposte dalle gare pubbliche. Peraltro anche queste vengono spesso aggirate, come dimostrano le altre inchieste della magistratura. Figurarsi quindi che succede quando non c’è la minima forma di presidio!

L’unico criterio alla ricostruzione privato lo ha dato una delle ultime ordinanze del fu commissario straordinario per la ricostruzione, l’allora presidente della Regione, Gianni Chiodi: la numero 4013 del 23 marzo 2012 che, all’articolo 7, obbliga la presenza di un paniere di cinque offerte di imprese (e tre di progettisti) tra cui scegliere.

Una prescrizione che non fissa, peraltro, criteri, ovvero non bisogna necessariamente scegliere l’offerta più vantaggiosa in termini oggettivi di costi o qualità, ma semplicemente quella che piace di più ai proprietari, raggiungendo la maggioranza in assemblea, fosse pure la più costosa o la meno attrattiva, basta che raccolga più voti delle altre.

L’intenzione era buona ma 2 anni dopo si può dire che questo criterio non ha raggiunto lo scopo che si prefiggeva, “al fine di favorire la concorrenza e la trasparenza nell’affidamento dei lavori e di prevenire le infiltrazioni malavitose”.

Come se non bastasse, le ditte escluse dal voto dell’assemblea, magari di un soffio, non hanno alcuna possibilità di fare ricorso, come avviene invece negli appalti pubblici per la ricostruzione degli edifici di proprietà dello Stato o degli enti locali.

Il Tribunale amministrativo regionale (Tar), difatti, come corollario alla distinzione tra gare pubbliche e private ha già chiarito di essere incompetente nelle controversie tra imprese all’interno delle seconde, per via della loro natura.

Secondo quanto appreso da questo giornale, poi, interpellati dai legali delle ditte, anche i due uffici speciali per la ricostruzione dell’Aquila e del “cratere” (Usra e Usrc) hanno spiegato di non avere competenza nelle “beghe” giudiziarie.

Ancora, tanto il Comune dell’Aquila, quanto l’Associazione costruttori (Ance), non hanno saputo fornire risposte in tal senso.

In definitiva, a un’impresa che sia stata esclusa a suo dire ingiustamente da un appalto privato non resta che presentare un esposto alla procura della Repubblica, ma a ben vederne gli effetti è come curare un taglio con un’ingessatura: è sia una mossa sproporzionata e sia, al tempo stesso, non tutela i possibili danni amministrativi e civili ma solo gli eventuali aspetti penali.

Oltretutto, le indagini penali non prevedono “sospensiva” dei lavori (come invece può avvenire al Tar per le gare a evidenza pubblica) e hanno i loro tempi tecnici, incompatibili, quindi, con quelli degli imprenditori, che rischiano di ottenere giustizia a babbo morto.

Alla luce di questo quadro, agli esponenti istituzionali la categoria ha sollecitato un intervento correttivo. E quale migliore occasione della riscrittura delle norme, caldeggiata tanto dal “cratere” quanto dal governo dopo l’eco sull’opinione pubblica degli arresti per le infiltrazioni?

Nelle intenzioni dei protagonisti, sarà questo il biglietto da visita migliore per ripresentarsi al governo, e di riflesso all’Unione Europea, a chiedere quattrini e superamento dei paletti per gli investimenti pubblici in modo da avere fondi nuovi rispetto a quelli ancora risalenti agli investimenti del passato da gettare nella rinascita del territorio devastato dall’evento tragico di un lustro fa.