L’AQUILA – Il suicidio di Rocco Pollice lascia senza parole, attonita, sotto shock una città intera.
Persona straordinaria dal punto di vista umano, uomo solare, sempre sorridente e disponibile, lo psichiatra era diventato un punto di riferimento dell’Aquila terremotata per chi si sentiva più in difficoltà e aveva bisogno non soltanto di supporto professionale, ma soprattutto di un aiuto che superasse le fredde barriere del rapporto medico-paziente.
Rocco lascia un vuoto incolmabile in migliaia di persone, a partire dai suoi pazienti. Un vuoto incolmabile perché, oltre a essere un bravo medico, era sempre disponibile verso il prossimo, in particolare gli ultimi.
Insomma, quello che colpiva era il suo altruismo, la sua predisposizione verso gli altri, la capacità, rarissima, di non essere capace di negare mai una parola di conforto, un incoraggiamento, uno sprone che tante volte è più importante ed efficace di una cura, di una medicina.
Ma anche se nessuno saprà mai che cosa ha portato Rocco a un gesto così estremo, lui che era uno psichiatra e un uomo capace di riconoscere e contrastare la depressione e il male di vivere, la sua tragica fine innesca ancora più forte la questione della ricostruzione psicologica, della socializzazione, delle coscienze, delle anime, del nostro intimo.
Una questione da quasi 5 anni sul tappeto sulla quale finora le Istituzioni solo a chiacchiere si sono occupate.
Per il resto fallimento completo visto che le preoccupazioni e le battaglie sono finalizzate alla ricostruzione del patrimonio immobiliare pubblico e privato.
Ci si è posti il problema di assistere gli sfollati con la parte più debole, gli anziani e i più giovani, colpiti dalla tragedia del sisma del 6 aprile 2009 solo per pochi mesi, quelli immediatamente successivi al disastro fatto da quello che in tanti chiamano il mostro, quando nelle tendopoli sono scesi in campo gruppi di psicologi e volontari.
Poi, niente più, tutto quel sistema di sostegno per tornare gradualmente alla normalità, smantellato!
Quindi disinteresse totale nei confronti di chi abiterà le case ristrutturate. In questo senso, la morte di Rocco ci rende più fragili, scoperti, in un momento in cui cominciamo a razionalizzare la tragedia del terremoto con l’aggravante della stanchezza, della insoddisfazione, della mancanza di prospettiva e delle tante incertezze che hanno attanagliato e attanagliano la gente da almeno 4 anni.
Quanto si sta facendo di concreto per ricostruire le menti dei terremotati? Chi vive L’Aquila senza giri di parole, la risposta la conosce: poco più di zero.
E qui addirittura si ribaltano gli elementi: chi è che corre in aiuto dello psichiatra che si chiude in una casa inagibile, la sua casa nel centro storico frantumato dal sisma del 2009? Nessuno.
Anche se ripetiamo, non si saprà mai che cosa è successo per scatenare la voglia, lucida, di distruggere se stesso, Pollice non era stato capito appieno neppure all’interno dell’Ateneo aquilano dove ancora ricercatore rappresentava molto degnamente la categoria.
In questo quadro restano il suono secco del colpo di pistola nel “cantiere più grande d’Europa”, il fumo che si annulla rapido nel gelo di gennaio e una scritta sul muro, con un pennarello: le scuse alla famiglia, in particolare a suo figlio, ancora in fasce e bisognoso del padre.
Tutto ciò va molto al di là delle motivazioni che hanno spinto all’estremo gesto uno dei più noti psichiatri del capoluogo abruzzese, uno di quelli che il terremoto del 6 aprile 2009 lo ha fronteggiato tirandoselo dietro fino a martedì sera, lottando giorno e notte contro quei mostri prodotti dal terribile senso di smarrimento vissuto da una comunità che se si cristallizza, se si consolida, se diventa routine, annienta anche le schiene più forti.
La struttura diretta da Pollice ha dovuto organizzarsi per fronteggiare gli effetti più deleteri del post-sisma, le aggravanti del ‘solito’ malessere della modernità. In parole povere, il dover vivere in una città che quasi sempre ragiona guardandosi in cartolina, ha accentuato le patologie della mente e anche del corpo.
Ma questo, nonostante sia parte dell’aria ormai irrespirabile della città, è stato o silenziato oppure mascherato, cioè spacciato per ciò che non può essere. Come se da parte delle istituzioni si volesse evitare di parlare pane al pane, di ammettere, per affrontarli meglio, di avere a che fare con dei problemi molto seri.
L’Aquila, escludendo singoli casi che purtroppo non si uniscono, è una città con un presente spezzato e con un futuro poco roseo, usando un eufemismo, che continua a prendere forma.
A meno che non si dia un significato vero alla ricostruzione, il grigiore resta lì. Non basta una passata di straccio per colorare il cielo. Capito, Signore e Signori delle istituzioni? Che la morte di Rocco, almeno da questo punto di vista non sia vana.



