L’AQUILA – All’ospedale San Salvatore dell’Aquila non si può più nascere.
Il nuovo atto aziendale del manager della Asl numero 1, Giancarlo Silveri, ha infatti ridotto ancora le dimensioni del reparto unico di Ginecologia e Ostetricia, già azzoppato da numerose ‘cure dimagranti’ nel corso degli anni e ormai divenuto ‘mignon’.
Trovare posto diventa ogni giorno più difficile e la lista di attesa costringe ad attendere fino agli ultimi giorni di gravidanza, tanto che molte future mamme tagliano la corda e se ne vanno fuori città, a dispetto dei salti mortali del primario, Gaspare Carta, e dei medici di reparto.
Le cifre sono eloquenti e denunciano un progressivo rimpiccolimento dell’unità operativa nel capoluogo a fronte di numeri simili o addirittura superiori negli altri due principali poli ospedalieri, Avezzano e Sulmona.
Non si tratta di campanile, fanno notare gli addetti ai lavori, ma del riconoscimento del ruolo di quello che dovrebbe essere un ospedale “hub”, quelli con il massimo di eccellenza.
Sono lontani, lontanissimi i tempi in cui l’intero complesso ginecologico poteva vantare 93 posti letto, oggi una cifra da capogiro.
Ma il reparto aquilano è sceso progressivamente da 36 posti più altri 2 di day hospital a 26+2 fino agli attuali 16+2, frutto della nuova riorganizzazione.
E gli effetti sono doppiamente nefasti, perché la riduzione della disponibilità comporta nello stesso tempo una diminuzione della mobilità attiva, ossia l’afflusso di quattrini che si ricevono da altre regioni quando in Abruzzo si curano non abruzzesi, e un aumento della mobilità passiva, ossia la spesa che la Regione Abruzzo deve erogare quando i suoi cittadini scelgono di andare a curarsi fuori regione.
A fronte della penuria aquilana, dall’atto aziendale emergono cifre differenti per Avezzano, rimasto a 20 posti + 2 di day hospital.
Vero è che il bacino d’utenza complessivo della Marsica supera quello dell’Aquila, ma alla principale città di quel territorio manca la funzione strategica di formazione legata alla presenza dell’Università.
Inoltre, non c’è la Terapia intensiva neonatale (Tin) che, per ulteriore paradosso, all’Aquila è stata raddoppiata, salendo da 4 a 8 posti.
Quanto a Sulmona, nonostante le dimensioni ridottissime e le ventilate ipotesi di chiusura, con le nuove cifre la Ginecologia sfiora il ‘pareggio’ con L’Aquila fermandosi sotto di soli due posti letto, 14+2, dotazione abbastanza sovradimensionata.
Si tratta dell’ennesima magagna che spunta dall’atto aziendale, dopo la dibattutissima questione della Medicina ospedaliera del San Salvatore, reparto chiuso dopo 88 anni di vita, era stato fondato nel 1925.
Altre proteste ci sono state per il declassamento di Oculistica: il reparto aquilano, una delle eccellenze storiche dell’ospedale, è stato falciato e ridotto a unità semplice, l’unico oggetto di una purga così radicale in tutti i principali ospedali abruzzesi.
In questo caso, come in quello di Medicina, le nuove regole ‘ago e filo’ della sanità moderna, che costringono i manager a fare di conto e dipanarsi tra taglio e cucito dei reparti con scelte a volte dolorose e controproducenti, hanno portato all’unificazione del reparto con quello ‘gemello’ universitario, operazione osteggiata a lungo dai medici anche con la minaccia di vie legali ma che, alla fine, è andata in porto.
Secondo Silveri dopo la fusione tra le due Medicine non ci sono state ripercussioni negative, a dispetto di 7 mila firme raccolte per scongiurarla. Ma con la folla di mamme costrette a rimanere fuori fino all’ultimo istante dalla mini-Ginecologia, chissà che le cose non vadano diversamente.



