L’AQUILA – Gente delusa, senza casa, senza lavoro, e con un sistema universitario che “non è poi così vicino ai bisogni degli studenti come sembrava all’inizio”.

Giovani e padri di famiglia che vedono come unica speranza quella di scappare, e gente che invece ha ancora la forza di lottare per la propria città, e vuole farlo.

Appare così L’Aquila, mentre piazza Chiarino è affollata di persone arrivate in centro per seguire in diretta la puntata di Annozero, e di aquilani agguerriti che cercano un minuto di visibilità per dire la loro, per raccontare all’Italia che ‘’non è come i media e i politici vogliono far credere’’, come afferma Gaetano Attardi, cassaintegrato della Vibac, azienda aquilana.

Gaetano è senza lavoro, “e non perché il lavoro manca – dice – ma perché dopo il terremoto l’azienda ha deciso di chiudere per ottenere agevolazioni. Ho perso una casa, ho un figlio da mantenere che vive a Roma e devo ricominciare a pagare le tasse. La cosa che mi preoccupa davvero è vedere che nel centro storico non si è mosso nulla. E se non prendono iniziative concrete siamo costretti ad andare via”.

Accanto al signor Gaetano un’altro ex impiegato Vibac, anche lui cassaintegrato e anche lui profondamente deluso e scoraggiato per come procede la ricostruzione, ma soprattutto per come è stato gestito l’immediato post-sisma.

“Vivo con mia madre che ha un’invalidità del 100 per cento – racconta Giovanni Giangiacomo  – e per nove mesi, dopo il terremoto, ci hanno sistemati in un hotel a Giulianova (Teramo) costringendomi a fare tutti i giorni da pendolare per venire a lavoro. Avevo i certificati per ottenere subito un alloggio all’Aquila, ma è stato assegnato prima a gente e famiglie meno bisognose, ma raccomandate”.

Un ragazzo sembra più ottimista, forse lui è uno di quelli che non abbandonerà la città. “La situazione è complessa e la ricostruzione è un processo lento – dice Giacomo Pio – ma stanno cercando di minimizzare il disagio”. Sul come il giovane si fa perplesso, probabilmente non salta subito in mente la risposta, o forse la risposta non c’è. Ma Giacomo è giovane e ottimista, e vuole sperare, e crede che per ripartire “c’è bisogno di ricreare gli spazi di aggregazione”.

Tra la folla di aquilani disperati, arrabbiati e agguerriti saltano all’occhio i dipendenti di Abruzzo Engineering, quelle stesse persone che da giorni sono sulle prime pagine dei quotidiani per la loro protesta contro la Regione e contro il presidente, Gianni Chiodi.

Abruzzo Engineering è una società in house con 193 dipendenti, di cui 150 tecnici (architetti, geometri e ingegneri), che potrebbero contribuire con il loro lavoro alla ricostruzione. Se non fosse che Abruzzo Engineering sta chiudendo i battenti. Liquidazione e tutti a casa.

“Chiodi non si è mai seduto a un tavolo con noi e non ci ha mai degnato di una spiegazione – ringhia un dipendente, Angelo Pesce – anzi ci ha denigrati e demonizzati di fronte a tutto il Paese”.

La tragedia nella tragedia. Un terremoto che gli ha portato via una casa, e un ‘destino’ che gli porta via anche il lavoro. “E una ricostruzione che non può avvenire perché la tassa di scopo e le agevolazioni che ci avevano promesso – afferma Roberto Russo  – non sono mai arrivate”.

E i giovani? Gli studenti che affollano piazza Chiarino e via Garibaldi per far sentire la loro voce, cosa vedono davanti a loro?

“Non solo la ricostruzione non è iniziata – dice un rappresentante universitario, Francesco Marola – ma non si stanno impegnando concretamente per far restare gli studenti in città, quelli che potrebbero più di tutti far sì che L’Aquila torni a vivere. Non abbiamo una mensa, i collegamenti sono disorganizzati e in molti casi assenti, gli affitti sono aumentati”.

“Ma la cosa più grave, quella che più ci indigna e non ci fa sperare – urla Marola attorniato dai suoi amici che confermano – è che c’è speculazione da parte di chi dovrebbe fare i nostri interessi”.

Un esempio? “La Regione ha ricostruito la Casa dello studente con i fondi pubblici e con le donazioni dei cittadini lombardi, e la conduzione è stata poi affidata alla Curia, che naturalmente la gestisce privatamente e come preferisce”, conclude Francesco.

“Oltre agli alloggi che sono pochi e, purtroppo, destinati a pochi eletti – spiega Alvise Mattana, studente di medicina all’Aquila – le aule sono limitate, non abbiamo gli spazi per studiare, i collegamenti non sono idonei, la mensa è gestita male”.

“Inoltre – prosegue – gli affitti sono aumentati: lo scorso anno pagavo 180 euro per una camera doppia, oggi 230. Anche il costo del materiale necessario per svolgere il tirocinio, per esempio il camice, è aumentato”.

Sono in molti gli studenti scesi in piazza sotto la pioggia, ma sono pochi quei giovani che credono che la propria voce non si disperda nell’etere. Ancora meno quelli che continuano a sperare.

“Se continuano così l’Università chiuderà – sbotta Anna Troiani – perché noi studenti non siamo per niente agevolati, o perlomeno, stimolati a rimanere qui. Non possiamo fare niente, siamo inermi, se manifestiamo non ci danno ascolto”.

Il problema c’è, esiste e Annozero arriva all’Aquila per evidenziarlo. Da una serata di pioggia, che non ferma certo gli aquilani pronti a farsi sentire, emerge una “ricostruzione latitante”, o peggio ancora, affiorano accuse di “speculazione nella ricostruzione”, come affermano i cittadini e gli studenti.

“Chi ha il dovere di pensare alla ricostruzione, sta facendo invece soltanto i suoi interessi – spiega Gianna Giardina – senza preoccuparsi del fatto che qui c’è vitale bisogno di lavoro, luoghi di aggregazione, di una vita sociale ‘normale’”.

“Siamo passati in secondo piano – conclude – siamo stati un palcoscenico servito ai politici nel momento delle elezioni”.