L’AQUILA – Papà ingegnere, mamma professoressa di matematica e scienze. E lui che fin da piccolino sogna invece di “fare i cartoni animati”.

Giuseppe Tandoi (nella foto) è sempre stato la “pecora nera” in una famiglia “razionale” mentre lui era, e lo è ancora, un sognatore di nuovi mondi.

Mondi diversi ma non lontani dalla realtà, a cui dà vita attraverso la sua passione, il cinema. A soli 28 anni Giuseppe, che ama definirsi “aquilano d’adozione” ha già all’attivo un film, “La città invisibile”, uscito lo scorso 30 luglio nelle sale. Un film sulla speranza, quella che può nascere anche da un evento tragico come il terremoto.

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Tutto grazie all’amore, l’amore fra le persone e quello per un progetto, in cui si crede fortemente, da sempre. È questo anche lo specchio della vita di Giuseppe, che dopo il terremoto del 6 aprile 2009 è rimasto all’Aquila, ha messo su una casa di produzione e ha realizzato il suo film.

Perché lui è convinto davvero che chi crede nei propri sogni, alla fine li realizza.

Quando ha capito che nella vita voleva fare il regista?

Già da bambino mi piaceva raccontare storie: leggevo molti libri e avevo l’idea di voler fare i cartoni animati. Sono cresciuto in ambienti creativi e stimolanti, infatti i miei genitori realizzavano filmati con i ragazzi della scuola media dove mia madre insegna. Tutto era fatto a livello amatoriale, ma mi ha insegnato molte cose. Mentre frequentavo l’Istituto d’arte avevo già in mente l’Accademia dell’Immagine dell’Aquila.

E perché proprio L’Aquila?

Perché l’Abruzzo è sempre stato nel mio cuore. Da piccolo venivo spesso in vacanza a Vasto e a Ovindoli. E poi, adorando il genere fantasy, la Puglia non mi avrebbe dato soddisfazioni.

In che senso?

Nel genere fantasy gli elementi dominanti sono il mito e la fiaba. E il luogo magico della fiaba è sicuramente il bosco. Per questo l’Abruzzo, che è ricco di bellissimi boschi, mi offre più ispirazione.

Parlando del suo primo film, “La città invisibile”, ambientato nell’Aquila post-sima. In molti lo hanno criticato perché un po’ troppo distante dalla realtà. Ha voluto rendere fiaba anche una realtà così drammatica?

Il mio film è una ‘commedia un po’ fiabesca’. Credo che raccontare la realtà sia impossibile, e che il modo migliore per mandare un messaggio efficace attraverso un film sia raccontarlo con leggerezza. Perché le cose più chiare e semplici sono quelle che arrivano di più.

E nel suo film, quale messaggio ha voluto inviare?

Un messaggio di speranza, che la vita può sorgere anche dalle ceneri di una città distrutta. Luca e Lucilla, i protagonisti del film, prima del sisma del 6 aprile 2009 studiavano medicina all’Università dell’Aquila, il primo con la speranza però di diventare un musicista rock, lei con la passione di aiutare il prossimo.

Entrambi scelgono di non abbandonare la loro città e continuare la loro professione di studenti all’interno dell’emergenza post-terremoto, nella quale si sentono di essere parte attiva. Attorno a loro, una città ‘invisibile’, distrutta, e la comunità delle tendopoli, nella quale loro si danno da fare, per andare avanti, per continuare a sperare.

Un po’ come ha fatto lei, che dopo il terremoto è tornato all’Aquila, e nonostante tutto ha realizzato il suo sogno…

Quando capita un evento così disastroso, i sogni cadono e si mette tutto in discussione. Ma chi crede nel proprio sogno fa di tutto per realizzarlo. Io per questo sogno ho rischiato tutto: i miei soldi, innanzitutto. Quello del cinema è un mondo molto chiuso, il mio è un vero e proprio lancio nel vuoto.

Il film però sta andando bene.

All’Aquila è piaciuto molto, la gente si è riconosciuta nella vicenda narrata, ambientata nella tendopoli, un’esperienza indimenticabile per chiunque l’abbia vissuta. Molti hanno apprezzato la leggerezza con cui ho affrontato una questione così delicata. Il mio intento era dare speranza e non indagare il dolore o affrontare tematiche politiche. Il film è andato bene anche a Roma, Torino e Milano, in questi giorni è in Puglia, poi spero di riportarlo in Abruzzo.

Come si è trovato a dirigere attori anche famosi, come Gabriele Cirilli?

Benissimo! Ho instaurato con tutti un bel rapporto di collaborazione. Cirilli è una persona fantastica nonché molto valida professionalmente. Ha saputo interpretare alla perfezione Don Juan, il prete che nella tendopoli  aiuta i ragazzi a riscoprire le cose importanti della vita e a essere meno superficiali.

Una domanda che non si può non fare a un regista. Qual è la situazione attuale del cinema  italiano, c’è qualcuno che le piace?

Paolo Virzì mi piace molto. Mi sono avvicinato alla commedia, credo che la gioia sia uno strumento fondamentale per veicolare messaggi anche importanti. I film di Virzì in questo rispecchiano in pieno la mia attuale visione del cinema.

Per quanto riguarda il futuro ha già qualche progetto?

Attualmente non ho molto tempo, sto seguendo la promozione di “La città invisibile” e non posso abbandonare il mio primo film, ancora in fasce. Comunque ho già in testa di girare un altro film tra L’Aquila e la Puglia, ambientato ai tempi nostri. Di più non posso dire…

Lo stile sarà sempre fiabesco?

Naturalmente, questo è il mio stile…