L’AQUILA – Va via dall’Abruzzo e con l’Abruzzo nel cuore per diventare “presidente federale”, per meglio dire direttore editoriale, dei 18 quotidiani del gruppo l’Espresso.
Si chiude una tappa importante della carriera di Luigi Vicinanza (nella foto), che negli ultimi quattro anni ha firmato il quotidiano abruzzese il Centro, di cui sarà ancora direttore per qualche giorno, prima di cedere la carica all’attuale capo redattore centrale, Roberto Marino, per trasferirsi a Roma nel nuovo incarico.
Vicinanza è originario di Castellamare di Stabia, e in Abruzzo è venuto a lavorarci solo nel 2006. Ha ricevuto le chiavi di un’auto rodata e potente, e con la sua “guida” ha cercato di renderla ancora più veloce. L’esordio è stato subito frizzante, con l’insediamento nei giorni in cui scoppiava lo scandalo della Fira, la finanziaria regionale.
Da allora è stato un crescendo di fatti notevoli. Gli incendi in Abruzzo, l’arresto di Ottaviano Del Turco e la caduta della Giunta, fino ad arrivare al momento più intenso e doloroso, quello del terremoto del 6 aprile 2009. Per non farsi mancare nulla, a fine mandato è arrivato il nuovo scandalo tangenti, con l’arresto di Ezio Stati.
Dopo quattro anni di direzione, i numeri sono lusinghieri, con la supremazia regionale rafforzata e un numero di lettori medi raddoppiati. Quello che non è cambiato è forse l’Abruzzo, come ammette il direttore uscente in quest’intervista di commiato, in cui rivela la sua convinzione a puntare sul giornalismo digitale abbinato al cartaceo e in cui confessa la sua abruzzesità ormai acquisita.
Che Abruzzo hai trovato nel 2006 e che Abruzzo lasci nel 2010?
Sono arrivato nel pieno di una crisi politico-giudiziaria. Era stato arrestato il giorno prima il sindaco di Montesilvano, Enzo Cantagallo, ed era esploso lo scandalo della Fira, la finanziaria regionale, con l’arresto tra gli altri del suo presidente Giancarlo Masciarelli.
Lascio un Abruzzo ancora in piena emergenza politico-giudiziaria, ultimo caso l’arresto di Ezio Stati, papà dell’assessore alla Protezione civile poi costretta alle dimissioni.
Una classe dirigente di un colore, centrosinistra, spazzata via dalle inchieste giudiziarie; una classe dirigente di centrodestra, che ha vinto tutto quello che c’era da vincere, grazie a questi interventi della magistratura, ma che stenta ad affermarsi come classe dirigente autorevole e forte.
Ricordi quali sensazioni hai avuto quando hai saputo di dover dirigere un quotidiano abruzzese?
Sorpresa. E quella scarica d’adrenalina che in ogni nuova sfida professionale m’accompagna.
Quali sono stati i primi passi? Un nuovo direttore entra di sciabola o di fioretto dentro una redazione?
Un nuovo direttore credo che entri sempre con il rispetto per la storia di una redazione e di un giornale. Il primo passo fu proprio l’esposizione del mio piano editoriale. Tra le altre cose usai l’espressione “questo giornale non ha né padrini né padroni”: né padrini politici, di nessun tipo e di nessun colore, né padroni occulti che ci eterodirigano.
Tra i cambiamenti fatti durante la tua gestione, di quale vai più fiero?
Ho preso un giornale che sicuramente era molto radicato nel suo territorio, ma lo lascio ancora più forte, sicuramente autorevole e ancor più radicato.
Basta qualche numero. L’Audipress, nella prima rilevazione dopo il mio arrivo, a circa sei mesi, ci accreditava 214 mila letture al giorno medio, e così era stato anche nel periodo precedente. Nell’ultima rilevazione, che si riferisce all’inizio del 2010, lo lascio con 408 mila letture.
In una regione che ha un bacino di 1 milione 300 mila abitanti è un’enormità, credo non ci sia nessun’altro media in Abruzzo che abbia tanti contatti: la Rai non ci arriva e la principale tv locale abruzzese arriva a 168 mila.
Quanto alle copie vendute, il 2009, nella tragedia del terremoto, è stato l’anno del picco più alto di vendite, sopra le 26 mila al giorno. Siamo stato il quotidiano con l’incremento più alto, del 10 per cento, mentre prima del terremoto era del 5 per cento. Il sisma è come se avesse rifondato il patto con i lettori, facendo del Centro un giornale di servizio, utile.
Cos’è cambiato dopo il terremoto?
L’Aquila di fatto è andata distrutta, è una città che nelle settimane e nei mesi dopo il terremoto non esisteva più. Oltre 70 mila persone avevano perso la casa, molti il lavoro e tantissimi purtroppo avevano perso anche le persone care.
Qual era il motivo per cui potevano avere un interesse ad acquistare un giornale? Solo se questo giornale era vicino alle loro esigenze, ai loro bisogni, li aiutava a risolvere qualcuno dei tantissimi problemi quotidiani che un terremotato si trovava ad affrontare. Una bussola per orientarsi in una città smarrita e inesistente. Questa è stata la rifondazione del patto.
Il Centro non è solo carta ma anche Internet. Sei soddisfatto dei passi avanti in questo settore?
Sono molto soddisfatto, anche questo è stato un elemento di grande novità. Inoltre, l’anno scorso il Centro era l’unico giornale italiano presente al congresso a San Francisco dell’Online news association (Ona) ed è entrato nella terna dei finalisti degli Online journalism awards, un risultato molto ma molto importante. Da allora abbiamo continuato a lavorare e c’è stato un ulteriore aggiornamento e potenziamento del sito.
Il sito non lo concepisco come un elemento staccato dalla redazione della carta stampata, ma inevitabilmente condiziona lo stesso modo di fare della carta.
Quando per esempio il 7 luglio scorso c’è stata la manifestazione a Roma dei terremotati, io ho mandato Enrico Nardecchia a fare la cronaca in diretta per il sito e lui l’ha fatta puntuale, velocissima e attentissima. Poi lo stesso giornalista ha scritto il pezzo per il giornale, diverso dalla cronaca minuto per minuto, eppure che conteneva tutte le informazioni necessarie anche per chi non avesse seguito la cronaca.
Un bellissimo pezzo, perché forte dell’esperienza sull’online ha scritto un pezzo diverso. Se ci fossero stati due giornalisti, uno per il sito e l’altro per la carta, il secondo avrebbe scritto un articolo ripetendo molti concetti usciti online, invece lui è andato oltre. Così si fa un giornalismo migliore.
Un giornalismo premiato dagli accessi?
L’ultimo dato di luglio ci dà nel mese oltre 350 mila utenti unici. A giugno erano stati 310 mila, ed è stato il mese in cui abbiamo fatto un aggiornamento del sito: luglio è stato il primo mese completo con il sito nuovo e ha portato quasi 50 mila contatti in più. L’aggiornamento ha funzionato.
C’è un aspetto dove pensi si potesse fare meglio e che si potrà migliorare in futuro?
Si può sempre fare di più! Credo che bisogna continuare a lavorare nell’integrazione tra carta stampata e Internet. Bisogna coinvolgere quanti più giornalisti, che oggi sono signori professionisti della carta stampata, nel lavoro sul sito. Tra l’altro, è molto meno difficile di quanto si possa pensare.
C’è ancora scetticismo nei giornalisti?
Tra alcuni… Ma più che scetticismo, è la paura dell’innovazione, invece è molto facile e l’online avvera il sogno di ogni giornalista, di poter dare subito la notizia importante che il giornalista ha.
Faccio un esempio. Quando ai primi di agosto il Papa è venuto in visita privata a Rocca di Mezzo, noi lo abbiamo saputo. Di fronte a quella notizia si poteva agire in due modi. Potevamo tenercela e la mettevamo sul giornale, dandola come un’esclusiva, ma sai, viene il Papa, sei sicuro di riuscire a tenerla segreta per tutto il pomeriggio e la serata?
Oppure, ed è quello che abbiamo fatto noi, intorno alle sette meno un quarto l’abbiamo data sul sito, come nostra esclusiva, e inevitabilmente tutti gli altri hanno dovuto riprenderla come notizia del Centro, e a quel punto non conta più se l’hai messa sulla carta o sul web, ma è la testata che diventa proprietaria della notizia, la fonte.
Nella nuova esperienza che ti appresti ad affrontare quale sarà il tuo compito?
È un lavoro di coordinamento di ciò che fanno i direttori dei 18 quotidiani locali del gruppo l’Espresso che, con una battuta di tipo politico, hanno realizzato davvero il federalismo in Italia: ogni direttore è dominus in casa sua ed è totalmente responsabile di quello che fa nella direzione del giornale.
Il direttore editoriale è come se fosse una sorta di presidente federale. Al vertice arrivano le esperienze migliori e c’è il suggerimento, la moral suasion, per cui io per esempio potrò dire a un direttore di ripetere anche in Abruzzo un’esperienza risultata positiva al Tirreno o alla Nuova Sardegna. È un ruolo di indirizzo e di connessione tra le tante esperienze, non di direzione operativa.
La Regione Abruzzo ha celebrato da poco i suoi quarant’anni, buona parte dei quali di crescita, prima di cadere in una crisi che pare senza fine. Dall’osservatorio privilegiato che hai avuto in questi anni, quali pensi siano gli ingredienti per riavvicinarsi all’epoca d’oro?
Sono convinto che molto contino le classi dirigenti di un territorio. Nella “prima repubblica” con tutti i suoi difetti, le classi dirigenti si relazionavano attraverso un’aspra lotta politica, però veniva fuori il meglio dei territori.
In questa “seconda repubblica” le classi dirigenti sono figlie della cooptazione, dell’inglobamento, non della selezione darwiniana, ma dell’apparentamento: perché mi sei simpatico, o sei del mio gruppo, o un mio fedelissimo.
Fino ad arrivare agli estremi, non qui in Abruzzo, delle ragazze che perché sono carucce o sono state in televisione diventano assessori o europarlamentari o anche di più. Non essendoci questa selezione, le classi dirigenti abruzzese e italiana in generale sono molto deboli, nell’uno e nell’altro schieramento politico. Ci vuole insomma un cambio in questa classe dirigente.
Che cosa porti via con te dall’Abruzzo?
Innanzitutto il ricordo delle giornate del terremoto, l’impegno straordinario della redazione in condizioni difficilissime e soprattutto l’esempio di Giustino Parisse che, nel suo dolore che non si può qualificare con aggettivi, è stato per tutti noi un esempio. Un gigante.
Continuerai a seguire questa regione con un occhio di riguardo?
Non è retorica dire che vado via con l’Abruzzo nel cuore. Pur non essendo abruzzese, dopo questi quattro anni intensissimi di lavoro mi ci sento e me lo porto nel cuore.



