CHIETI – Felpa, maglietta, pantaloni al ginocchio, scarpe da ginnastica (tutto rigorosamente marchiato Sixty), sigaretta accesa in mano, chiaro segno di nervosismo e facce funeree.

Appaiono così i due rsu Cgil, Marino D’Andrea e Massimo Di Francesco, quando questa mattina intorno alle 11 scendono dallo show room all’ultimo piano della sede Sixty di via Piaggio ed escono dall’azienda, preceduti dai sindacalisti Cgil Giuseppe Rucci e Carlo Petaccia, e seguiti da altri rappresentanti sindacali e dagli uomini della sicurezza.

“Abbiamo perso la nostra battaglia”, dicono subito ai giornalisti, ricordando che avevano deciso di occupare lo show room aziendale solo per avere risposte certe sul futuro dei circa 400 dipendenti e che, pur non avendo ottenuto alcuna notizia, sono stati costretti a desistere.

Ieri sera, infatti, è arrivato l’ultimatum aziendale: “Se non scendono li aspetta il licenziamento e una denuncia penale”.

La denuncia sarebbe stata spiccata sia per danno d’immagine all’azienda sia perché la presenza dei due nello show room ha reso impraticabile il lussuoso locale che Sixty utilizza per mettere in mostra i propri prodotti e, quindi, avrebbe impedito la normale attività lavorativa.

“Abbiamo sempre detto – spiega Di Francesco – che se ci fossero stati eventuali clienti avremmo liberato le porte dello show room dalle catene e avremmo fatto entrare i compratori. Anzi ci saremmo anche tenuti lontano dalla vista e tutto sarebbe andato come al solito”.

L’azienda non ha tenuto neanche per un secondo in considerazione l’offerta dei due e ha mostrato ai sindacati una lista di clienti per cui si rendeva necessario l’uso dello show room, anche se alcuni dipendenti mettono in dubbio la veridicità della lista mostrata, a causa del rallentamento generale che starebbe subendo tutta l’attività aziendale.

Notizia confermata anche dai sindacati: “La società continua ad andare in perdita, la merce è ferma, i prodotti non sono stati consegnati”, dice a riguardo Ettore Di Natale, segretario territoriale Femca Cisl.

Se la battaglia di Di Francesco e D’Andrea è persa, la guerra, però, continua. Il prossimo step è quello dell’incontro di venerdì mattina a Roma presso il ministero dello Sviluppo economico.

Si è chiesto con forza che a questo tavolo partecipasse anche la nuova proprietà, ma dalle prime notizie sembra che ancora una volta non si presenterà nessuno a rappresentare il nuovo acquirente, il gruppo asiatico Crescent Hide Park.

“Chi sono i nuovi proprietari? Come sono avvenute le vendite? Perché continuano a nascondersi, cosa c’è dietro questo non mostrarsi? Perché hanno rifiutato persino l’invito del Ministero per la riunione del 7 agosto scorso?”, le domande del segretario provinciale Filctem Cgil restano sospese nell’aria.

“Vogliamo chiarezza su cosa sta avvenendo – continua Rucci – vogliamo sapere quale sarà il futuro di questa azienda e ci appelliamo alle promesse fatte a tutti i livelli di salvaguardare il made in Italy. Quest’azienda rappresenta un’eccellenza del settore e noi da tempo pensiamo che l’intenzione sia quella di chiuderla, nell’indifferenza di tutti”.

“Alla politica abruzzese – è l’appello del sindacalista – chiediamo che intenda andare a fondo in questa situazione per capire chi sta venendo ad investire in questo territorio, con quali intenzioni e con quali conseguenze per il settore del made in Italy”.

All’incontro romano di venerdì i sindacati intendono portare anche pullman di lavoratori. L’organizzazione è già partita, nonostante il fatto che l’adesione allo sciopero sia stata piuttosto bassa.

“Siamo sicuri – sostiene ancora D’Andrea – che il nostro gesto sia servito a smuovere le coscienze, sia fuori che dentro la fabbrica. Siamo scesi sconfitti, ma quello che abbiamo fatto sono sicuro che non sia stato inutile”.

Se, d’altronde, i lavoratori fossero stati compatti, non ci sarebbe stato bisogno di ricorrere a un gesto tanto estremo come quello dei due rsu che per tre giorni e quattro notti sono rimasti chiusi nello show room.

Con loro avevano televisione, computer e vivande, di cui venivano riforniti anche da alcuni colleghi. Soprattutto alcune signore del settore Prototipia. L’ultima sera, pensando che i due sarebbero rimasti soli per tutto il week end, avevano mandato loro di tutto e di più: timballo, ciabotto di verdura, frittata, frutta e torta alla nutella.

Quantomeno, la resa e la “ferita nell’orgoglio” di cui parlano sulle loro bacheche sulla rete sociale di Facebook, sono risultate meno amare.

Sul web Massimo e Marino hanno raccontato giorno per giorno quello che stavano vivendo, barricati nello show room, anche ricorrendo all’ironia.

Hanno infatti creato un profilo che si chiama “Mimì tessitore ferito nell’orgoglio”, parafrasando il titolo di un celebre film sulla realtà operaia degli anni settanta con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, intitolato Mimì metallurgico ferito nell’onore.