L’AQUILA – Le aziende territoriali per l’edilizia residenziale (Ater) abruzzesi non potranno incamerare il 20 per cento dei proventi della vendita degli alloggi popolari per ripianare i loro deficit, in quanto tutte le risorse vanno investite per manutenzioni e nuove costruzioni.

Lo ha ribadito la Corte Costituzionale, che ha giudicato illegittima la legge regionale 10 del 2015. La sentenza della Corte è una mazzata, non imprevista, che apre pesanti incognite sul futuro immediato delle Ater abruzzesi, che senza queste entrate avranno difficoltà a chiudere i bilanci in pareggio.

La norma bocciata porta la firma dell’assessore Donato Di Matteo del Partito democratico, approvata nella primavera 2015, promulgata però dal presidente Luciano D’Alfonso e pubblicata sul Bollettino ufficiale (Bura) il 21 maggio del 2015, il giorno dopo dall’entrata in vigore del decreto per l’emergenza abitativa del Governo di Matteo Renzi, che invece impone la destinazione esclusiva dei proventi delle alienazioni degli alloggi di edilizia residenziale pubblica a un programma straordinario di realizzazione o di acquisto di nuovi alloggi e di manutenzione straordinaria del patrimonio esistente.

Un ritardo che ha compromesso la leggimità della legge regionale, entrata in collisione con quella statale, e che aveva mandato su tutte le furie Di Matteo, già in rotta con la sua maggioranza.

Come ampiamente prevedibile la Presidenza del Consiglio dei ministri ha subito impugnato la legge, e come altrettanto era prevedibile, oggi la Corte Costituzionale gli ha dato ragione.

“Le disposizioni della legge regionale – si legge nella sentenza – non sono in linea con quelle statali, poiché prevedono la facoltà di una destinazione diversa dei proventi che derivano dalla vendita degli alloggi”.

La legge regionale invade, in questo modo, la competenza concorrente dello Stato nella materia “coordinamento della finanza pubblica”, stabilita nell’articolo 117 della Costituzione.

La Regione non poteva insomma stabilire una destinazione diversa dei proventi delle alienazioni rispetto a quella decisa dal governo, in linea con “una scelta di politica nazionale, di non depauperamento del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, diretta a fronteggiare l’emergenza abitativa e, al tempo stesso, la crisi del mercato delle costruzioni”.

Bisognerà ora vedere quali saranno gli effetti concreti per i cittadini abruzzesi di questa sentenza. Le Ater hanno infatti incamerato per anni, parte dei proventi dell’alienazione delle case popolari, in virtù delle vecchie leggi, e ora dovranno fare a meno di centinaia di migliaia di euro l’anno, e per bilanci che non superano i 2 milioni di euro possono risultare decisivi.

Del resto le Ater, rette da amministratori unici, già da tempo hanno dovuto attuare una dolorosa cura dimagrante. Sarà un problema insomma coprire ora le mancate entrate. Le uniche voci dove si può incidere sono quelle delle manutenzioni, già ben al disotto del livello minimo, visto le condizioni a dir poco fatiscenti di tanti alloggi popolari. Oppure dei canoni pagati dagli inquilini, fermi agli anni ’90. Infine il costo del personale.

Risparmi potrebbe portare la legge di riordino delle Ater, approvata a maggio 2015 ma lungi dall’essere applicata, con la fusione delle attuali cinque Ater in un unico ente, l’Azienda regionale per l’abitato (Ara) dotata di funzioni di gestione e sviluppo, con la previsione di generare economie di scala, abbattendo ad esempio numeri e costi dei dirigenti, revisori dei conti, consulenti. Filippo Tronca