L’AQUILA – Ci sarebbe la mente di un ex colonnello dell’Esercito, come si legge nelle carte dell’accusa, dietro il sistema corruttivo messo su a Bussi sul Tirino (Pescara) e decapitato da un’inchiesta della procura della Repubblica di Pescara portata avanti dalla Forestale di Abruzzo e Umbria, in base al quale, per ottenere l’affidamento di un cantiere di ricostruzione post-terremoto, un imprenditore doveva pagare una tangente al direttore dei lavori che, a sua volta, corrompeva il responsabile dell’Ufficio tecnico per la ricostruzione (Utr).
“Definitosi ‘estensore del piano Abruzzo'”, Giampiero Piccotti, figura chiave secondo gli inquirenti assieme al responsabile dell’Utr numero 5, Angelo Melchiorre, aveva predisposto un sistema finalizzato a “esercitare un controllo pressoché totale nelle fasi della ricostruzione, onde evitare contrasti deleteri per gli affari”.
Passaggio, quest’ultimo, rinvenuto in alcuni documenti presenti sul computer che gli è stato sequestrato e riportato nell’ordinanza con la quale il giudice per le indagini preliminari, Gianluca Sarandrea, ha disposto gli arresti domiciliari per 7, loro due e Antonio D’Angelo, Stefano Roscini, Angelo Riccardini, Emilio Di Carlo e Marino Scancella, che risultano indagati insieme ad altre 4 persone Franco Colella, Marino Giangiulio, Franco Di Carlo e Roberto Di Tommaso, che però non sono stati raggiunti da provvedimenti cautelari.
Senza il ruolo chiave di Melchiorre, tuttavia, puntualizza il Gip, non ci sarebbero “elementi di rilevanza penale”. È lui, infatti, il pubblico ufficiale che ha “piegato la propria funzione per il soddisfacimento di fini privatistici” e che garantiva il buon esito dell’istruttoria per la richiesta del contributo pubblico e che, sempre secondo l’accusa, otteneva in cambio la promessa del versamento di importi pari al 5% del valore complessivo degli appalti.
Il giudice ricorda come “al presidente del consorzio compete, tra l’altro, la scelta dei tecnici incaricati della progettazione e della direzione lavori e la scelta dell’impresa cui affidare i lavori e l’approvazione del contratto di appalto”, a riprova dello strapotere che i presidenti di consorzio hanno acquisito nel corso degli anni.
È l”imprenditore Stefano Roscini, primo a ricevere il “piano Abruzzo” dell’ex colonnello e che all’inizio del 2010 costituisce il consorzio Gescom, secondo gli inquirenti quello che “elabora materialmente la prima bozza di contratto da utilizzarsi per il futuro affidamento dei lavori di ricostruzione, la cui esecuzione sarebbe stata concessa a imprese edili che avessero accettato di corrispondere al consorzio Gescom una quota dell’importo ottenuto per i lavori”.
Contratto la cui copia è stata ritrovata sui computer di alcuni dei progettisti indagati. All’architetto Marino Scancella, in particolare, gli inquirenti attribuiscono il ruolo di “procacciatore di commesse per conto di Roscini e Piccotti”.
“Le ditte del consorzio Gescom – scrive il Gip nell’ordinanza – hanno ricevuto commesse di lavori per un totale di 29 aggregati pari a un valore in denaro di 29.504.164 euro sui 39 aggregati totali”.
Le indagini del Corpo Forestale dello Stato, con intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisizioni presso le sedi umbre delle società di costruzione e acquisizioni documentali negli uffici speciali per la ricostruzione dell’Aquila (Usra) e del cratere (Usrc), oltre agli interrogatori di altri testimoni, hanno dimostrato che il metodo era quello dell’aggiotaggio e la preventiva assunzione dei numerosissimi incarichi di progettazione per assumere una posizione di sostanziale monopolio degli appalti, anche corrompendo pubblici ufficiali, e per imporre “condizioni contrattuali capestro” tali da costringere le ditte edili a versare grosse somme di denaro per accedere al mercato dei lavori.
Oltre ai reati di corruzione, induzione a dare o promettere utilità, turbata libertà degli incanti e falso, la procura ha contestato anche l’associazione per delinquere.






