L’AQUILA – La Regione Abruzzo ha piena facoltà di ridurre i canoni concordati delle sue case popolari, perché non è affatto detto che ciò si traduca, come dice il Governo, in un mancato incasso, con conseguente violazione dell’obbligo del pareggio di bilancio inserito con il famigerato articolo 81 in Costituzione, nell’aprile 2012.
Questo in sintesi il contenuto della sentenza della Corte Costituzionale, presieduta da Paolo Grossi, che ha recentemente respinto un ricorso del gennaio 2015 della Presidenza del Consiglio dei ministri, contro l’articolo 3 della legge 40 del 2014, uno dei primi atti del governo regionale di centrosinistra di Luciano D’Alfonso.
Una misura pensata per favorire la locazione degli appartamenti popolari, riducendo i precedenti canoni, troppo alti e poco competitivi. Una norma che avrebbe dato benefici e sollievo a tanti cittadini del ceto medio, impoveriti dalla crisi, ma non così poveri da poter avere diritto ad un alloggio popolare. Un appartamento disponibile a 600 euro, ad esempio, si sarebbe ridotto a 410 euro.
“Al fine di incentivare il mercato delle locazioni – dice infatti l’articolo 3 della legge 40 – relativo al patrimonio abitativo di edilizia residenziale pubblica in regime di canone concordato, i canoni determinati in applicazione della vigente normativa, superiori a 250 euro mensili, fruiscono di una riduzione percentuale pari al cinquanta per cento sull’importo eccedente detto limite. La presente norma si applica alle locazioni a canone concordato con contratto non ancora stipulato alla data del 30 settembre 2014”.
Il governo di Matteo Renzi, però, con un eccesso di zelo europeista, ha impugnato il provvedimento, sostenendo che una riduzione delle entrate delle Aziende territoriali per l’edilizia residenziale (Ater), derivante da tale legge, “comporti oneri a carico del bilancio regionale, non quantificati e privi di copertura finanziaria”.
Un’argomentazione che suona a posteriori curiosa. Come evidenziato da Abruzzoweb, la Sezione regionale della Corte dei Conti, ha recentemente censurato la Regione Abruzzo perché su 22 leggi approvate dal Consiglio regionale abruzzese nel 2015 che prevedono un onere finanziario, il 73 per cento evidenzia “molteplici irregolarità, con coperture integralmente trascurate, o ottenute attraverso aumenti apodittici delle entrate, privi di elementi giustificativi, o con quantificazione degli oneri non resa nota nelle relazioni tecniche”.
E tutte queste leggi non sono state impugnate dal Governo, evenienza in linea di principio possibile, visto che come dice l’articolo 81, “ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”, e che lo Stato deve assicurare “l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”.
Ad ogni buon conto, dopo due anni, è arrivata la sentenza della Consulta, che ha dato torto su tutta la linea al Governo e ragione alla Regione Abruzzo.
La Corte, innanzitutto fa notare che il “ricorso in via principale non solo deve identificare esattamente la questione nei suoi termini normativi”, ma deve anche “contenere un’argomentazione di merito a sostegno della richiesta declaratoria di illegittimità costituzionale della legge”.
E sono proprio queste argomentazioni che mancano nell’impugnazione del Governo.
“Non è presentata alcuna ragione – evidenzia la Corte – per cui la misura della riduzione dei canoni degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, corrisposti alle Ater, dovrebbe tradursi automaticamente in un onere a carico del bilancio regionale, con conseguente onere di copertura”.
Del resto la Regione, ha controargomentato, persuadendo la Corte Costituzionale, che nella stessa legge 40 c’è un a norma di salvaguardia per le Ater, prevedendo che, qualora esse si trovino in condizioni di squilibrio finanziario, possano attingere ai proventi derivanti dalla vendita delle tipologie di immobili ivi indicate, senza appunto incidere sul bilancio regionale.
Il contenzioso così è finito in una bolla di sapone.
Ora la riduzione dei canoni concordati potrà entrare in vigore, anche se con due anni di ritardo, per di più segnati da una drammatica situazione di emergenza abitativa.





